domenica 29 aprile 2012

finzione

Quando ero ragazzino, credevo in molte cose.
Credevo a quello che mi avevano raccontato.
Che, con la mia laurea, avrei potuto.
Avrei avuto due figli a trent'anni.
E  una casa.
E una bella moglie con una sinecura ben pagata.
Ho creduto che avrei potuto continuare col volontariato.
E pure con la politica, risultando il migliore tra i migliori.
Oggi mi nutre il cinismo.
Qui posso scrivere parole che altrove susciterebbero ostracismo, ancora per un po'.
Tra un anno, probabilmente, quello che scrivo qui, in un luogo di corde e bacchettate, non scandalizzerà più nessuno.
Per ora è così.
Questo week end ho finto.
Ho finto di vivere la vita che mi è stata promessa, quella per cui mi sono preparato.
Ho comprato il pesce.
Ho preparato il sushi,
la grigliata,
il prosecco.
Ho scopato come l'uomo che non deve chiedere mai.
Ho fato finta che questa casa fosse mia.
Ho passato sulla mia pelle la crema per il viso dell'erbolario.
Ho tenuto il calice ricolmo di gelide bollicine.
Avrei voluto passare il tempo con te senza stoffa.
Vederti nuda e sorridente.
Ma mi hai portato al centro commerciale.

Una cosa ricordo:
la corda rossa, a 9,90€.

Non l'ho comprata.
Sul Titanic che è l'Italia,
non serve.