sabato 26 novembre 2011

Amaromare, parte terza





Marcella non è la mia fidanzata ed io non la amo.
Ma comunque ho molta cura di lei.
Si caccia sempre nei pasticci e le risolvo i guai. La Pietà per lei vive solo fuori dalla camera da letto, fuori dal dungeon dalle mutevoli pareti che ci portiamo appresso.
Non so esattamete cosa lei provi per me.
Anzi, non lo so neppure approssimativamente.
Il nostro è un rapporto clandestino.
Non perchè noi si abbia un partner ufficiale da cui nascondersi.
Ma perchè il nostro unico tipo di contatto prevede un’unica modalità: la dominazione e la sottomissione.
Difficile praticarle in pizzeria ed anche questa gitarella al mare era al di fuori delle nostre consuetudini, spacciata tragli amici ed i conoscenti come uscita collettiva.
Ho proibito a Marcella di usare l’asciugamano per sdraiarsi, le ho fatto spazzar via lo strato superficiale di sabbia rovente e le ho detto di poggiarsi, immobile, sulla sabbia.
Se non fosse stato per una questione di banale buon senso l’avrei fatta sdraiare direttamente con la pelle nuda sulla sabbia rovente.
Il guaio è che lei lo avrebbe senz’altro fatto.
Testa verso il mare, è ai miei piedi, sulla sabbia, con gli occhiali da sole e l’icoso nelle orecchie.
La guardo.
Le gambe aperte, le braccia ben separate dal corpo con i palmi delle mani verso il cielo, osservo la curva di contatto tra la sua pelle e la sabbia.
Leggo un po’, poi decido che è il momento di fare il bagno.
Per lei, non per me.
La chiamo, ma non mi sente persa nella musica. Io, del resto, non ho certo urlato.
Mi alzo, poso il libro sulla sedia, mi chino su di le e le tolgo, senza strapparle, le cuffiette.
Apre gli occhi, verdi sul volto già arrossato dal sole e dal caldo.
“Mio Signore?”
Sussurra.
Non sopporto questo linguaggio.
E lei lo sa.
Ma non ne può fare  a meno, dico, di usare ‘sti termini da romanzetto.
“Non sono tuo e non sono Signore, lascialo in pace appeso alla croce, quello vero. Io sono solo l’uomo che ti lega, frusta ed incula a suo piacere, visto che a te piace. Comunque, fa caldo. Voglio che ti alzi e che corri a gettarti in acqua, testolina inclusa. Poi torni subito sulla spiaggia e ti rotoli nella sabbia, quindi ti sdrai esattamente dove sei ora ma a pancia in giù. Ripeti!”
“Padrone, mi tuffo in acqua, esco subito, mi rotolo nella sabbia e poi mi getto pancia a terra dove sono ora.”
Le tolgo gli occhiali e prendo in mano il lettore mp3.
Si alza e corre in acqua, gridando un po’ per lo shock termico.
Corre finchè l’acqua diventa abbastanza profonda da renderlo impossibile e, dopo qualche faticosa falcata, si immerge completamente per un secondo o due.
Riemerge, si volta e torna indietro.
Esce dall’acqua ed è un più che discreto spettacolo.
Mi guarda per un istante, grondante di acqua, poi si inginocchia, si prostra, si stende faccia a terra, con la sabbia che le si attacca anche sul viso.
Quindi, si rotola una, due, tre volte.
La sabbia la ricopre e si stacca al contempo dalla sua pelle.
Si infila negli slip, nel reggiseno.
Striscia fino a tornare ai miei piedi, attenta a non oltrepassare la linea dell’ombra.
Poi, giace al suolo, la guancia sulla sabbia.
Attendo che il Sole le asciughi la pelle dimenticando il romanzo che sto leggendo.
Mi concentro sulla sabbia e sul sale, assieme, complici con me nel far soffrire Marcella.
E’ per me costante fonte di meraviglia la sua dedizione a se stessa.
Non a me, dopo un po’, lo capisci.
Che Marcella si spoglia, si fa legare e invoca a gran voce la punizione e la sofferenza solo perchè in questo trova piacere.E tregua.
Credo che al lavoro sia meno concentrata di come è ora.
Immobile, ferma sotto il sole, si gode ogni trafittura della sabbia, ogni bruciore del sale nei suoi pori mentre il Sole fa da catalizzatorei di sofferenza e piacere.
Dopo un po’ noto che lentamente, impercettibilmente, il suo bacino si muove, assecondando lo strofinio della figa su quella carta vetrata che oramai deve essere sil suo bikini.
E no, sono io solo che posso farti certe cose...
“Marcella, cinquanta colpi di cane stasera.”
Si blocca all’istante.
“Raffreddiamo i bollenti spiriti, rigettati in acqua e poi torna qui come prima, sdraiati con la figa a portata del mio piede.”
Si alza rifacendo tutto a rovescio.
Prima è prostrata, poi inginocchiata, poi in piedi. Si volta e corre, corre verso il mare.
Entra in acqua e, appena possibile, si sdraia nel mare la cui profondità è appena sufficiente a coprirla.
Quando esce dall’acqua la fermo prima che possa rigettarsi a terra: sta passando gente, una coppia di anziani che fanno una passeggiata a cui aggiungere un paio di tizi che corrono.
Resta ferma, gocciolante, in attesa.
Dovrei sentirmi a disagio.
Dopotutto, sto per infilare il mio alluce nella vagina di questa ragazza, attraverso la stoffa del suo bikini rosso pieno di sabbia.
Lei lo sa.
E freme.

continua

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