domenica 31 luglio 2011

A Tempo Indeterminato CAPITOLO DUE fruizione, terza parte

Antonio mi sollevò dalla poltrona tenendomi per le braccia e facendomi un po’ male. Mi accompagnò bruscamente ed in fretta di fianco ad Uno e mi fece inginocchiare, poi accosciare ed infine mi fece prostrare mettendomi la testa sul pavimento sopra le ginocchia mentre Uno era ancora con la schiena dritta.
Potevo sentire la svestizione di Tre, ma tutto quello che potevo vedere era la moquette e le mie ginocchia.
Ovviamente, non feci alcun tentativo per vedere altro...
Ascoltai me stessa: il dolore, la sensualità della posizione, il piacere dell’essere legata e prona, coi capezzoli che sfregavo piano sulle cosce per regalarmi piccole stille di piacere.
Ben presto anche Tre fu portato alla mia sinistra e fatto inginocchiare al mio fianco, più precisamente Antonio me lo appiccicò addosso.
Non avevo ancora assorbito l’impatto del corpo caldo dell’uomo e la sua pelle a contatto con la mia che anche Uno fu avvicinata a me, a contatto col mio fianco destro.
Entrambi proni, con la testa a terra, come me.
Iniziarono a colpirci, con uno strumento diverso.
Non vedevo chi era ad usarlo, ma ero sicuro che non ero la sola a subire, perchè Uno si agitava sotto i colpi causando uno strofinio sensuale tra le nostre pelli che iniziavano a ricoprirsi di sudore.
Tre, invece, come me, restava immobile sotto le percosse.
Iniziavo a perdere la cognizione del tempo.
I colpi cessarono e Tre fu strappato al mio contatto.
Sentivo rumori di corde, respiri mozzati e sbuffi di dolore.
Mani forti mi sollevarono lasciandomi in ginocchio. Lucia mi allacciò un collare, Giovanni filmava mentre Antonio, dietro di me, slegava i miei polsi.
Non osavo guardare in giro.
Bruscamente, senza parole, fui costretta a sdraiarmi sulla schiena.
La mia caviglia sinistra venne legata alla destra di Tre, il mio polso sinistro fu legato a quello di tre ed anche il collare fu fissato a quello del mio vicino.
Mi guardai velocemente attorno.
Stavamo formando, coi nostri corpi, una specie di  X X X in cui polsi caviglie e collo erano legati tra di loro. Io ero al centro.
Tre era un ragazzo magro ma tonico, glabro in petto e depilato sulle gambe.
Mi voltai appena in tempo per vedere Uno che veniva accompagnata sul pavimento. Sbirciai sotto la gonna di Lucia e rimasi quasi delusa nello scoprire che indossava le mutandine.
Sistemarono Tre in fretta.
Giovanni piazzò la videocamera su un treppiede, Francesca fece un bel po’ di foto e poi tutti uscirono dalla stanza o, almeno, dal mio campo visivo.
Per un po’ restai a guardare il soffitto.
Poi mi voltai timidamente verso Uno.
Anche lei mi stava guardano.
Aveva negli occhi una dolcezza malinconica eppur soddisfatta.
Non osai, tuttavia, parlarle e nemmeno lei lo fece.
Mi voltai verso Tre che guardava un cielo oltre l’intonaco, quasi sorridente.
Chiusi gli occhi.
Il sudore dell’eccitazione si stava asciugando pian piano sulla mia pelle, la posizione era abbastanza comoda e non provai a cambiarla di un millimetro.
Decisi che non avevo niente da decidere, solo rimanere dove e come mi avevano lasciata.
Magari, quelli erano gli attimi di vita in cui pensare, riflettere, decidere.
Io, mi accontentai di giacere.
Dopo un tempo che non so computare, la stanza si ripopolò.
Giovanni si chinò al mio fianco, aveva in mano un cero cimiteriale acceso.
Mi accorsi ben presto che la cera che mi versava sulla pelle seguiva dei canoni estetici: non mi stava torturando per punirmi o per suo piacere, ma per fotografarmi.
La sensazione di soffrire per essere meglio venduta  non fu piacevole.
Giovanni, si interrompeva per lasciar spazio a Francesca e per controllare le inquadrature. Lucia ed Antonio si stavano dilettando con la cera su Uno e Tre.
Dal pavimento si levavano mugolii radi ed io ricevetti uno strattone da Tre quando Antonio gli versò una colata di cera sui genitali da una quota troppo bassa.
Ma era tutta scena fotografica... Per fotografi e clienti.
Per noi, solo l’impersonale sofferenza di pelle contro cera, corde, cinghia.
Quando furono soddisfatti, ci slegarono.
Ero piuttosto colpita dal coordinamento tra i 4 che, praticamente, lavoravano senza parlarsi.
Antonio si sedette sul tavolo guardandoci davvero dall’alto in basso.
“Va bene, ora passiamo al test di reclusione. Vi mettiamo in una stanzetta e vi chiudiamo a chiave. Sembra una cretinata, ma vi accorgerete che non lo è affatto. Sappiamo per esperienza che la reclusione è una pratica a cui sarete sottoposti piuttosto a lungo e non è bello scoprire al dunque che non ce la fate.”
Effettivamente, stando nuda e legata a cosce a perte sul pavimento col corpo coperto di cera solidificata e di bruciore liquido, non sembrava una gran prova, messa così.
Lucia iniziò a slegarci, uno alla volta.
Antonio proseguì: “ Ovviamente, bussate e vi sarà aperto. Se non resistete non è la fine del mondo, ma dobbiamo saperlo prima. Esistono persone capaci di sopportare un bondage strettissimo ma claustrofobiche al punto di non sopportare neppure il rumore della chiave che chiude la porta.”
Lucia era arrivata a me.
Non mi guardava: mi slegava.
Restai immobile mentre Antonio completava le istruzioni:
“ Nella stanza c’è la classica ciotola d’acqua, un secchio per la pipì, vi apriamo per la cacca non vi preoccupate, ma fatela prima se ne avete necessità.
Ah, ovviamente una webcam riprenderà tutto. Unica regola: non potete sedervi ma potete inginocchiarvi sui ceci se vi va. Iniziamo con Uno.”
La ragazza fu aiutata ad alzarsi.
In piedi, alla mia destra, sentivo cadere su di me frammenti di cera che si staccavano dal suo corpo. Antonio le stava ammanettando le mani dietro la schiena mentre Lucia le fissava alle caviglie una catena. Notai che non usava lucchetti, ma semplici moschettoni. La catena le consentiva di tenere le gambe moderatamente aperte ed era visibilmente più di scena che di impedimento. Sempre con un moschettone, alla catena ne fu attaccata un’altra  che proseguiva fino al collo attorno a cui si attorcigliava a mo’ di collare, chiuso anch’esso con un moschettone.
Antonio non fu gentile: prese Uno per il collare di catena e la trascinò via facendola passare su di me.
Uno riuscì a non calpestarmi ma la catena gelida mi passò sulla pelle con una carezza violenta.
Il rumore metallico si allontanò. Una porta si chiuse ed il rumore della chiave che girava nella serratura si sentì netto.
Fu il mio turno: come per Uno, fui sollevata ed ammanettata. Lucia mi sistemò la catena mentre Francesca e Giovanni riprendevano.
La catena, gelida, si avvinghiava al mio corpo come un serpente. Mentre mi veniva fissato il collare di anelli di ferro, sentivo per istinto che era un serpente nemico.
Anche io fui strattonata per il collo e quasi inciampai su Tre.
Antonio sembrava avere fretta, come se stessimo correndo per prendere un autobus.
Lo sferragliare della catena finì presto.
Nel corridoio c’era una porta aperta su una stanzetta....

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