domenica 31 luglio 2011

A Tempo Indeterminato CAPITOLO DUE fruizione, terza parte

Antonio mi sollevò dalla poltrona tenendomi per le braccia e facendomi un po’ male. Mi accompagnò bruscamente ed in fretta di fianco ad Uno e mi fece inginocchiare, poi accosciare ed infine mi fece prostrare mettendomi la testa sul pavimento sopra le ginocchia mentre Uno era ancora con la schiena dritta.
Potevo sentire la svestizione di Tre, ma tutto quello che potevo vedere era la moquette e le mie ginocchia.
Ovviamente, non feci alcun tentativo per vedere altro...
Ascoltai me stessa: il dolore, la sensualità della posizione, il piacere dell’essere legata e prona, coi capezzoli che sfregavo piano sulle cosce per regalarmi piccole stille di piacere.
Ben presto anche Tre fu portato alla mia sinistra e fatto inginocchiare al mio fianco, più precisamente Antonio me lo appiccicò addosso.
Non avevo ancora assorbito l’impatto del corpo caldo dell’uomo e la sua pelle a contatto con la mia che anche Uno fu avvicinata a me, a contatto col mio fianco destro.
Entrambi proni, con la testa a terra, come me.
Iniziarono a colpirci, con uno strumento diverso.
Non vedevo chi era ad usarlo, ma ero sicuro che non ero la sola a subire, perchè Uno si agitava sotto i colpi causando uno strofinio sensuale tra le nostre pelli che iniziavano a ricoprirsi di sudore.
Tre, invece, come me, restava immobile sotto le percosse.
Iniziavo a perdere la cognizione del tempo.
I colpi cessarono e Tre fu strappato al mio contatto.
Sentivo rumori di corde, respiri mozzati e sbuffi di dolore.
Mani forti mi sollevarono lasciandomi in ginocchio. Lucia mi allacciò un collare, Giovanni filmava mentre Antonio, dietro di me, slegava i miei polsi.
Non osavo guardare in giro.
Bruscamente, senza parole, fui costretta a sdraiarmi sulla schiena.
La mia caviglia sinistra venne legata alla destra di Tre, il mio polso sinistro fu legato a quello di tre ed anche il collare fu fissato a quello del mio vicino.
Mi guardai velocemente attorno.
Stavamo formando, coi nostri corpi, una specie di  X X X in cui polsi caviglie e collo erano legati tra di loro. Io ero al centro.
Tre era un ragazzo magro ma tonico, glabro in petto e depilato sulle gambe.
Mi voltai appena in tempo per vedere Uno che veniva accompagnata sul pavimento. Sbirciai sotto la gonna di Lucia e rimasi quasi delusa nello scoprire che indossava le mutandine.
Sistemarono Tre in fretta.
Giovanni piazzò la videocamera su un treppiede, Francesca fece un bel po’ di foto e poi tutti uscirono dalla stanza o, almeno, dal mio campo visivo.
Per un po’ restai a guardare il soffitto.
Poi mi voltai timidamente verso Uno.
Anche lei mi stava guardano.
Aveva negli occhi una dolcezza malinconica eppur soddisfatta.
Non osai, tuttavia, parlarle e nemmeno lei lo fece.
Mi voltai verso Tre che guardava un cielo oltre l’intonaco, quasi sorridente.
Chiusi gli occhi.
Il sudore dell’eccitazione si stava asciugando pian piano sulla mia pelle, la posizione era abbastanza comoda e non provai a cambiarla di un millimetro.
Decisi che non avevo niente da decidere, solo rimanere dove e come mi avevano lasciata.
Magari, quelli erano gli attimi di vita in cui pensare, riflettere, decidere.
Io, mi accontentai di giacere.
Dopo un tempo che non so computare, la stanza si ripopolò.
Giovanni si chinò al mio fianco, aveva in mano un cero cimiteriale acceso.
Mi accorsi ben presto che la cera che mi versava sulla pelle seguiva dei canoni estetici: non mi stava torturando per punirmi o per suo piacere, ma per fotografarmi.
La sensazione di soffrire per essere meglio venduta  non fu piacevole.
Giovanni, si interrompeva per lasciar spazio a Francesca e per controllare le inquadrature. Lucia ed Antonio si stavano dilettando con la cera su Uno e Tre.
Dal pavimento si levavano mugolii radi ed io ricevetti uno strattone da Tre quando Antonio gli versò una colata di cera sui genitali da una quota troppo bassa.
Ma era tutta scena fotografica... Per fotografi e clienti.
Per noi, solo l’impersonale sofferenza di pelle contro cera, corde, cinghia.
Quando furono soddisfatti, ci slegarono.
Ero piuttosto colpita dal coordinamento tra i 4 che, praticamente, lavoravano senza parlarsi.
Antonio si sedette sul tavolo guardandoci davvero dall’alto in basso.
“Va bene, ora passiamo al test di reclusione. Vi mettiamo in una stanzetta e vi chiudiamo a chiave. Sembra una cretinata, ma vi accorgerete che non lo è affatto. Sappiamo per esperienza che la reclusione è una pratica a cui sarete sottoposti piuttosto a lungo e non è bello scoprire al dunque che non ce la fate.”
Effettivamente, stando nuda e legata a cosce a perte sul pavimento col corpo coperto di cera solidificata e di bruciore liquido, non sembrava una gran prova, messa così.
Lucia iniziò a slegarci, uno alla volta.
Antonio proseguì: “ Ovviamente, bussate e vi sarà aperto. Se non resistete non è la fine del mondo, ma dobbiamo saperlo prima. Esistono persone capaci di sopportare un bondage strettissimo ma claustrofobiche al punto di non sopportare neppure il rumore della chiave che chiude la porta.”
Lucia era arrivata a me.
Non mi guardava: mi slegava.
Restai immobile mentre Antonio completava le istruzioni:
“ Nella stanza c’è la classica ciotola d’acqua, un secchio per la pipì, vi apriamo per la cacca non vi preoccupate, ma fatela prima se ne avete necessità.
Ah, ovviamente una webcam riprenderà tutto. Unica regola: non potete sedervi ma potete inginocchiarvi sui ceci se vi va. Iniziamo con Uno.”
La ragazza fu aiutata ad alzarsi.
In piedi, alla mia destra, sentivo cadere su di me frammenti di cera che si staccavano dal suo corpo. Antonio le stava ammanettando le mani dietro la schiena mentre Lucia le fissava alle caviglie una catena. Notai che non usava lucchetti, ma semplici moschettoni. La catena le consentiva di tenere le gambe moderatamente aperte ed era visibilmente più di scena che di impedimento. Sempre con un moschettone, alla catena ne fu attaccata un’altra  che proseguiva fino al collo attorno a cui si attorcigliava a mo’ di collare, chiuso anch’esso con un moschettone.
Antonio non fu gentile: prese Uno per il collare di catena e la trascinò via facendola passare su di me.
Uno riuscì a non calpestarmi ma la catena gelida mi passò sulla pelle con una carezza violenta.
Il rumore metallico si allontanò. Una porta si chiuse ed il rumore della chiave che girava nella serratura si sentì netto.
Fu il mio turno: come per Uno, fui sollevata ed ammanettata. Lucia mi sistemò la catena mentre Francesca e Giovanni riprendevano.
La catena, gelida, si avvinghiava al mio corpo come un serpente. Mentre mi veniva fissato il collare di anelli di ferro, sentivo per istinto che era un serpente nemico.
Anche io fui strattonata per il collo e quasi inciampai su Tre.
Antonio sembrava avere fretta, come se stessimo correndo per prendere un autobus.
Lo sferragliare della catena finì presto.
Nel corridoio c’era una porta aperta su una stanzetta....

giovedì 21 luglio 2011

A Tempo Indeterminato CAPITOLO DUE fruizione, seconda parte

©Angolobuio per i testi © Gabriella Alleirbag per le immagini
Un uomo, sui 45, massiccio, vestito di scuro con barba e baffi. Pantalone di lana fredda, scarpe nere a punta, camicia testa di moro.
Sollevò lo sguardo dai documenti che stava esaminando su un grande tavolo.
Sorrise, disse un veloce “Ciao, benvenuta, accomodati.” E ritornò a studiare il fascicolo.
Alle sue spalle, per terra, scatoloni semiaperti.
Lucia gli si avvicinò.
Di fronte a lui, seduta su un divano, c’era una ragazza.
Minuta, non magrissima, dai capelli neri neri e ricci, lunghi fino alle spalle, mi sorrise coi suoi grandi occhi anch’essi neri, prima ancora che con le labbra.
Era vestita con un abito di lana verde al ginocchio su maglia nera. Calze e scarpe nere.
Si alzò in piedi e venne verso di me, sorridendo. Era più bassa di me di tutta la testa e la sua voce risuonò roca ma simpatica e piacevole:” Ciao, credo di essere Uno, quindi magari tu sei Due!”
“Beh, sì, sono Due, piacere mio!”
Uno mi fece notare il suo borsone posato sul pavimento: “Dai, lascia tutto a terra e prenditi i documenti, dalli a Lucia e vieniti a sedere: facciamo due chiacchiere.” Lucia si avvicnò: “Allora Due, per favore passami le carte che sai, se hai bisogno di andare in bagno, di telefonare, vuoi un caffè vai pure con Uno in cucina, glie l’ho già detto prima ma non ha voluto nulla.”
“No, grazie, ho appena fatto colazione.”
“Eh, ma la pipì? Guarda che poi la dovrai fare in pubblico!” Lo disse sorridendo, ma era senz’altro vero.
Prese le mie carte e ritornò al tavolo. Io andai a sedermi sul divano vicino ad Uno.
Dal corridoio arrivarono altre voci e presto entrarono nella stanza un uomo di mezza età come di mezza statura seguito da una donna della stessa età di Lucia.
Entrambi erano vestiti di nero.
L’uomo era più basso del suo collega al tavolo, ma sembrava più tonico nonostante fosse sicuramente più anziano.
La donna, anch’essa castana, dai lineamenti regolari, non si voltò neppure a guardarci ed andò dritta dall’uomo al tavolo.
Anche lei indossava un abito senza maniche, ma lungo al ginocchio. Quando raggiunse il tavolo e si voltò, da un prestigioso spacco sulla destra dell’abitò spuntò una coscia bianca e ben modellata.
Con voce rassegnata, disse agli altri: “ E’ ufficiale, abbiamo un disertore.” Lucia non si scompose: “ E l’altro?” “L’altro stra arrivando, roba di minuti” Rispose l’uomo più anziano.
Nel frattempo, l’uomo più giovane era passato ad esaminare il mio incartamento.
Uno mi posò la sua mano sulla mia. Trasalii per la sorpresa e la tensione.
“Scusami, sono agitata pure io, ti capisco vedrai che mo’ passa tutto!”
“Sì, sono nervosa spero che inizieremo presto”
“Io non vedo l’ora!”
La guardai perplessa. Sembrava una ragazza a posto. Beh, anche io lo sembravo. Eppure ero lì...
Suonò il citofono.
La ragazza con lo spacco andò a rispondere, accompagnata da Lucia.
Il più anziano tra i due uomini si avvicinò e disse con calore: “Beh, dai, un po’ di pazienza e possiamo cominciare. Sarete in tre.”
Sembrava che stessimo per cominciare qualcosa di molto divertente.
Quei pochi minuti di attesa erano stati devastanti. L’ansia stava avendo il sopravvento e forse me lo si leggeva in faccia.
L’uomo porseguì:” Vedrete che tra pochi minuti sarete molto più tranquille, lo so che ora sono solo parole ma davvero: tranquille.”
Le voci si avvicinarono di nuovo. Con le due donne entrò un uomo, probabilmente sui venticinque anni, magro e sul metro e settanta, coi capelli lunghi fin quasi alle spalle, quasi biondi.
Scaricò il suo zaino vicino i nostri bagagli ed era molto sicuro di se quando disse a tutta la compagnia:” Ciao, io sono Tre e sono felice di essere qui!”
“ E hai ragione ad esserlo,” disse l’altra donna che proseguì:” Beh, ora che ci siamo tutti finiamo le presentazioni. Io sono Francesca ed i due cattivoni sono Giovanni “ l’uomo più giovane alzò la mano mentre prendeva i documenti di Tre “ ed Antonio: il carnefice ”.
Tre rise, seguito subito da tutti gli altri.
Io mi sforzai di seguirli nel riso...
Mi venne uno sgorbio di risata, ma se ne accorse solo Uno.
Fu proprio Antonio a prendere la parola mentre anche Tre si accomodava al mio fianco. Giovanni, Lucia e Francesca iniziarono a tirar fuori il materiale dagli scatoloni.
“Benvenuti, sarò breve perchè so per esperienza che avete fretta di iniziare, quindi cerchiamo di por fine allo strazio velocemente.
Allora, le regole per l’uso del cellulare le conoscete, credo di dovervi solo spiegare cosa succederà adesso.
Beh, adesso vi spoglierete, vi ispezioneremo, vi legheremo e faremo dei piccoli test.
Ovviamente per piccoli test intendiamo anche rapporti sessuali, tutti rigorosamente con protezione sia chiaro. Nel frattempo filmeremo e fotograferemo gran parte delle scene ma vale sempre la nostra regola aurea: riservatezza. Ai clienti faremo vedere quello che hanno bisogno di vedere e non di più. Siccome un disegno vale cento parole, figuratevi quante parole valga un minuto di esperienza. Siamo tutti pronti? Fra’? Giova’?”
Antonio si voltò ed ebbe un cenno d’assenso dai due.
Nel frattempo, sul tavolo erano comparsi gli oggetti più svariati: matasse di corde, catene, manette, bende e maschere, falli, macchine fotografiche, insomma, il tavolo si trasformò in una mensa del bdsm.
Antonio disse ad Uno:” Va be’, credo tocchi a te. Mi raccomando, tranquilla e serena perchè c’è solo da divertirsi. Nel caso vogliate far pausa “ Lo disse rivolto a tutti “ La safeword è il vostro numero e se siete imbavagliati incrociate le dita. Allora, Uno, vieni qui e da ora ricordati che sei una schiava a disposizione dei suoi padroni.”
Uno mi strinse la mano, si alzò in silenzio e raggiunse il tavolo.
Non improvvisò un sexy spogliarello, si tolse prima le scarpe e si sfilò dall’alto il vestito.
Con la stoffa verde che si districava tra i suoi capelli, le calze autoreggenti che lasciavano scoperta mezza coscia e la maglia sollevata sulla schiena che lasciava scoperte delle banali mutandine nere su un culo non certo da primato, le braccia in alto, ancora coperte dalla maglia nera, Uno mi parve subito bellissima.
Anche la maglia finì subito a terra assieme alla canottiera ed al reggiseno.
Nel frattempo, Giovanni filmava e Francesca scattava foto.
Quando Uno scivolò via dalle mutandine, Lucia portò via gli abiti sparsi sul pavimento ed Uno si ritrovò nuda ad eseguire un copione tutto sommato scontato:
“Apri le gambe e metti le mani dietro la nuca”, disse Antonio. Lo disse con un tono amichevole, di certo non come un ordine imperioso, ed Uno si adeguò immediatamente.
Una ragazza un po’ sovrappeso di un metro e cinquantacinque, nuda,  vista di spalle, sensuale nella sua nudità circondata da uomini e donne in nero.
Antonio si avvicinò, con guanti di lattice ed un metro da sarto.
Misurò la ragazza come un mobile, ripetendo i valori a Lucia che li riportava seduta sul tavolo. Mi ritrovai a fissare le sue gambe nude accavallate di fronte ad Uno, che si piegava docile alle sollecitazioni di Antonio. La sua voce ha impresso frammenti di corpi e di numeri nella mia memoria: “ Tette, seconda misura, capezzoli larghi... Figa depilata... Nonostante un po’ di cellulite la pelle delle cosce è abbastanza elastica...
Io sentivo l’eccitazione crescere piano.
Tra poco anche io sarei stata lì e tutta l’ansia di qualche momento prima si stava dissipando in desiderio.
Uno si lasciò docilmente legare le mani dietro la schiena e si inginocchiò ad un lato del tavolo.
Antonio mi chiamò ed io, con una specie di assurda gioia nel petto, corsi lieta al patibolo.
Mi disse “Spogliati” Di spalle, mentre si cambiava i guanti ed armeggiava sul tavolo.
Forse esitai un istante, ma non per vergogna, per prendermi il gusto della vita, per sentire il sangue ricordarmi la verità, per ammirare Lucia e le sue belle gambe a mezzo metro da me socchiuse sul tavolo, per immaginare in un’istante la realtà incombente.
Guardai la telecamera ed abbassai i pantaloni uscendo, contemporaneamente, dalle scarpe da ginnastica.
Ecco, nell’istante in cui sono coi calzoni alle caviglie, pronta ad uscirne, credo sia il momento perfetto per descrivermi fisicamente. Riguardo la foto che mi scattò Francesca.
C’è una donna di poco meno di trent’anni, alta un metro e settanta, ma non si vede bene dato che la donna è piegata in avanti.
Nella foto ho un bel culo che si intravede dietro lo slip teso per la posizione, anche se ho i fianchi un po’ troppo stretti.
Le mie gambe, bianchissime ed allungate allo spasimo, corrono nude fino ai calzettoni da trekking che porto coi pantaloni d’inverno.
Non si vedono ancora, ma sotto il maglione, sotto altra stoffa ruvida e liscia, i miei seni oscillavano contenuti in coppe di una quarta misura in verità troppo abbondante e su cui i miei piccoli ed inturgiditi capezzoli sfregavano ad intermittenza.
I miei capelli castani, mossi e lunghi, coprono il mio volto fino a lambire il pavimento.
Anch’io scivolai fuori dagli abiti in fretta, anch’io mi trovai con le mani dietro la nuca a gambe larghe, ma io fui la prima ad essere punita per la mia intraprendenza fuori luogo:
“Non ti ho detto di mettere le mani dietro la nuca” Lo disse con lo stesso tono amichevole che aveva riservato ad Uno, ma contemporaneamente qualcosa colpì le mie cosce, da dietro, qualcosa di rapido, doloroso, bruciante.
Qualcosa che non mi mozzò il fiato: mi eccitò.
“Rimetti le mani lungo i fianchi” Un altro colpo, sul culo. La striscia di dolore sulle cosce era sovrascritta da quella sulle natiche. Antonio mi comparve davanti, con una sottile bacchetta nera, lunga e flessibile, tra le mani guantate. Io avevo immediatamente eseguito il suo ordine. Antonio proseguì: “Vedi, Due, apprezzo la buona volontà, per questo ti darò solo altri otto colpi per aver fatto quel che hai fatto: ossia, fatto qualcosa senza l’ordine, cioè il consenso, del tuo padrone. Hai capito?” Annuii dicendo: “Sì Padrone.”
“Bene, allora ripetimi che cosa hai capito”.
“Padrone, ho messo le mani dietro la nuca senza attendere un suo ordine, ho ricevuto due colpi e devo riceverne altri otto per punizione”.
“Ecco, come inizio può bastare, non c’è male. Adesso, se la schiava permette, procederò con l’ispezione e poi con la punizione.”
Antonio lasciò la bacchetta sul tavolo ed iniziò a palparmi.
Come se avesse una qualsivoglia importanza, mentre la mano guantata percorreva bruscamente il mio corpo, pensavo a come sarebbero state classificate le mie tette; la mia pelle violata, il bruciore dei colpi ricevuti, la voce piatta di Antonio che dettava le sue considerazioni facevano da sottofondo all’attesa che non tardò a realizzarsi in un: “ Tette, molto belle, quarta misura e capezzoli piccoli”. Antonio li strizzò entrambi ed a quel punto temevo che i miei umori mi stessero colando tra le cosce.
Non opposi la minima resistenza ad Antonio, alle posizioni che mi imponeva. Dilatò con forza le mie natiche per un primo piano fotografico dei miei buchi mentre mi teneva piegata, poi mi legò le mani dietro la schiena e mi trascinò verso una poltrona facendomi chinare sulla spalliera.
Sentivo la pelle fredda a contatto col mio ventre, con i miei seni, con la mia guancia destra. Potevo vedere Tre, seduto sul divano, doveva essere eccitatissimo.
Antonio sollevò un poco le mie mani in una specie di piccolo strappado. Davanti a me comparve Francesca per qualche rapido scatto ed anche Giovanni fece una panoramica con la videocamera, ma fu Lucia a parlare, alle mie spalle: “ Allora Due, io ora ti darò otto colpi sul culo. Ti sei comportata bene dopo il tuo errore ma per le schiave non c’è perdono senza punizione, lo capisci? Rispondi”
“Sì, padrona, capisco.”
“Antonio ti terrà le mani sollevate ed io ti colpirò. Ricordati che esisti per obbedire.”
Lucia non fu clemente. I colpi, forse perché attesi, mi parvero anche più forti di quelli di Antonio.
Ma erano pochi per farmi perdere il controllo, sufficienti per dimostrarmi la concretezza del mio masochismo, sufficienti per mantenermi eccitata, sufficienti per insegnarmi ad usare il cervello ed obbedire.
“Due, hai una bella ragnatela rossa sul culo, farai un figurone sul catalogo” Lucia proseguì rivolgendosi a Tre: “Beh, carino, ora tocca a te”.

mercoledì 20 luglio 2011

A Tempo Indeterminato CAPITOLO DUE fruizione, prima parte

©Angolobuio per i testi © Gabriella Alleirbag per le immagini

- 346 mattino e pomeriggio

L’Eurostar arrivò miracolosamente e minacciosamente puntuale.
Termini mi è familiare ed è una delle poche stazioni che amo.
Roma, per me, è sempre stata sinonimo di vacanza, festa, allegria e gente simpatica.
C’era un’aria di Primavera, sin dalle prime luci dell’alba, che mi scioglieva il cuore, pesante per l’ansia della giornata incombente.
Ero in jeans con solo uno zainetto per bagaglio. Dentro c’era ben poca roba: un altro ricambio di abiti sportivi e poco più. La mia partenza era prevista per le 18:00 dell’indomani.
I miei capelli erano raccolti in coda di cavallo, ero struccata e sembravo il classico prototipo della ragazza acqua e sapone. Mi avviai verso l’uscita della metro ed intrapresi l’ultima parte del mio viaggio.
Dopo l’incontro avevo impiegato il tempo dell’attesa per la preparazione secondo quanto mi era stato indicato.
La cosa più seccante?
Chiedere al medico la prescrizione per le analisi del sangue.
E’ un cinquantenne attento, che mi conosce e segue da ragazzina.
Non ha battuto ciglio, ovviamente.
Ma io me ne stavo lì davanti con le ginocchia strette, a pensare che se avessi potuto dirgli la verità, probabilmente mi avrebbe fatto un certificato di sana e robusta costituzione lui stesso per come mi conosceva.
Presi l’impegnativa dalle sue mani, sorrisi e me ne andai.
Organizzarsi al lavoro fu ancora più facile: se sei donna, laureata, meridionale e residente al sud il fatto che tu abbia una forma di occupazione è quasi un’anomalia statistica ed io non facevo eccezione. Certo, ero una libera professionista. Più libera che professionista...
In altre parole, ero terribilmente sottoccupata e l’organizzazione del mio futuro lavorativo fu quasi banale.
Come mi avevano suggerito, troncai con Marco senza troppe spiegazioni.
Mi arrivarono da lui un certo numero di email di insulti, fastidiose solo perchè ad ogni “hai un nuovo messaggio non letto” mi veniva il cuore in gola per l’attesa della convocazione.
Ridussi la mia presenza su Facebook e sui siti BDSM, più perchè mi piaceva la sensazione di sottostare che per necessità.
La convocazione, formale e spietata, arrivò il lunedì mattina per il sabato.

Gabriella,
sei convocata Sabato prossimo per la prima parte della tua procedura di vendita.
Vieni vestita normalmente e porta con te solo un cambio completo.
Dovrai trovarti all’indirizzo di Roma che ti comunicheremo via mail tra le 08:00 e le 08:30.
Potrai usare il cellulare fino alle 09:00, poi per venti minuti alle 14:00, ed alle 21:00, poi alle 08:00 del mattino di domenica, pertanto organizzati a riguardo.
Tra le 15 e le 17 di Domenica la sessione di addestramento e test avrà termine e sarai liberata.
In caso di problemi o ripensamenti contattaci immediatamente.
Porta con te la documentazione che ti abbiamo richiesto.
Dacci subito conferma di ricevuta e conferma della tua disponibilità a seguire le nostre indicazioni ”.

Null’altro.
Risposi subito:

“Confermo ricevuta, sarò dove mi indicherete all’orario prescritto.
Gabriella”.

Ne fui intimamente soddisfatta.

Così, alle otto meno venti di un sabato mattina d’inverno, mi ritrovai di fronte ad un palazzone nei dintorni della Tuscolana.
La città era viva.
I Bar, affollati.
Le voci dei romani completavano lo spettro sonoro negli spazi lasciati liberi dal frastuono del traffico.
Alcuni negozi erano già aperti, invitanti.
Ero indecisa se citofonare alle otto in punto o attendere un po’.
Entrai in un bar a fare colazione, una colazione che non ho mai dimenticato.  Me ne stavo lì, sullo sgabello al bancone, servita da un anziano cameriere loquace e sorridente.
Su un vassoio bianco, un cornetto alla crema ed un caffè spruzzato di cacao.
Ho un ricordo nitido di quegli istanti.
Perché sapevo che, di mia volontà, entro pochi minuti, mi sarei consegnata a qualcosa di straordinario, qualcosa che le brave ragazza non fanno, qualcosa che al sol pensarlo mi scaldava l’inguine come il caffè la bocca.
Il cuore mi martellava in petto, ma piano, regolare. Come al solito.
Solo che, in quei momenti di calma, sentivo tutta la voce del  mio cuore pulsante. Riuscivo a sentire la mia vita scorrere, la sentivo tra il ciarlare allegro del barista che mi faceva i complimenti che avevo già sentito dire da altri ad altre, la sentivo tra le mie gambe, la sentivo nei brividi sulla pelle ancora per un poco vestita di stoffa.
Un flusso di vita tra cui, a tratti, compariva il terrore.
La paura.
In fin dei conti, fu per metter fine ai picchi d’ansia che mi incamminai, non per aumentare quelli di piacere.
Citofonai dove mi era stato indicato.
“Sì?”
“Sono Gabriella”
“Benvenuta, sali pure, quinto piano!”
Alle Otto in punto, il portone si richiuse dietro di me.
Fu la ragazza con cui mi ero incontrata ad accogliermi fin sulla soglia.
L’appartamento sembrava grande ma di certo non arredato lussuosamente.
Questa volta, la ragazza con cui mi ero incontrata era vestita in maniera appariscente.
Un miniabito nero, senza maniche, scollato e molto corto.
Mi accorsi subito che nell’appartamento si soffocava dal caldo.
Nell’ingresso, piccolo e buio, c’era la moquette.
La ragazza mi sorrise, mi abbracciò dicendomi: “Beh, eccoci qua! Sei stata bravissima. Ora, nomi, i vostri, dico, non ne usiamo, visto che sei stata la seconda ad arrivare ti chiameremo ‘Due’, capito?”
Annuii.
“Seguimi, forza, dobbiamo comunque aspettare un po’. Ah, io sono Lucia”.
La seguii per un corridoio con diverse stanze chiuse fino ad una che portava ad un ampio salone arredato in arte povera.
C’erano due persone nel salone.