Marcella si presentò nel mio studio puntualissima. Nonostante il clima fosse più invernale che primaverile, indossava un mini abito jeans senza maniche, molto corto. Ai fianchi una larga cintura bianca, dello stesso colore degli stivaletti che arrivavano a metà polpaccio.
La feci accomodare.
Era visibilmente tesa e questo mi indispettiva: non era certo la nostra prima sessione!
Ormai dovevamo aver superato il numero di quelle che potevo rammentare a memoria, quindi questa sua titubanza mi scocciava un po' e glie lo dissi.
"Guarda che l'imbarazzo e la timidezza non sono proprio richiesti a questo punto, no?".
" Senti Raf, è vero, ma... Beh, diciamo che non sono mai sicura di me, non di te".
"Scusa, in che senso che non sei sicura di te?"
"Non è che mi vergogni a.. a..." "A farti inculare!"
"Sì, non mi vergogno a farmi inculare o a stare nuda o a portare solo gonne corte, insomma, mi piace molto quello che mi fai!"
"Lo credo bene, hai sicuramente più orgasmi tu di me!"
"Eh, ma io non so che cosa aspettarmi, insomma, non so cosa voglio."
Non ribattei subito.
Mhmm, gatta ci cova.
Per una manciata di secondi fui sul punto di iniziare un discorso piuttosto piccato ed umiliante in cui sarebbero entrati termini e locuzioni come: schiava, oggetto sessuale, masochista fortunata ad aver trovato comprensione, libertà di ricercare il piacere, coraggio nella sottomissione, crescita continua del proprio potenziale di sottomessa.
Avevo le parole sulla punta della lingua.
Parole che morirono lì.
Ci capita così raramente di riuscire a vedere chi ci sta di fronte.
Molto raramente.
Io vidi la sua trepidazione.
Non era di quelle parole che c'era bisogno.
C'era bisogno di capire ed agire.
Di fronte a me Marcella stava perfettamente compìta con la gonna corta a scoprire quasi completamente le gambe non accavallate, le mani attorcigliate l'una all'altra in grembo.
"Marce', stiamo portando avanti un bel gioco piacevole, non è detto che debba continuare per sempre o che non possiamo cambiare nulla. Non è che siccome sono le otto di sera e siamo soli in una stanza dobbiamo per forza fare una sessione..."
"No, no, la sessione la facciamo, eccheccazzo, ma.."
"Ma vorresti sapere cosa fare dopo la sessione, vero?"
Silenzio.
"Marcella, noi non ci possiamo fidanzare."
Lei chinò il capo.
Ma parlò:
"Lo so. Io non ti capisco. Non capisco la tua vita, non capisco le cose che fai, non mi piace leggere e mi annoio solo a sentire i titoli dei film che ti scarichi. Ti capisco solo quando mi leghi. Solo quando mi fai bruciare il culo, ti capisco."
Ti dicono che a volte le parole non servono.
Lo dicono i libri, anche quelli di autori alti, non solo i gialletti da tre euro e novanta.
Dalla cintola in giù Marcella era una schiava completamente uniformata al suo addestramento. Mi concentrai sulla pelle delle gambe, bianca, striata da solo qualche rada venuzza azzurra.
Lì, invece, l'arrossamento della ceretta fresca di giornata.
Poi, dove già potevo sommarci l'arrossamento delle mie cinghiate, iniziava la stoffa, la mia nemica.
La guardai ancora, sopportare il freddo per il suo abbigliamento troppo leggero, esitare nel non sapere come procedere.
Probabilmente, le parole necessarie non esistevano nella mia mente.
Man mano che imparavo a gestire secondo mio comodo quella ragazza il mio disprezzo e fastidio iniziale si era completamente sciolto lasciando spazio ad una tenerezza che però svaniva quando era al mio cospetto e mi tornava a trovare nei momenti più impensati quando ero solo.
Di fatto, mescolare venti cinghiate sulle sue natiche nude ad un dildo in culo, due mollette sui capezzoli, tre giri di corda sui polsi ed il mio cazzo nella sua fica, le provocavano immancabilmente una serie di potenti orgasmi a cui non sapeva rinunciare.
Di fatto, soltanto il pregustare la visione delle sue cosce segnate mi provocava una duratura erezione.
Di fatto, la famigerata dipendenza tra il sodomizzato ed il sodomizzatore vantata dai classici si stava dimostrando una interdipendenza più fisica che psicologica.
"Marcella, tu sei la mia schiava. E finché sarai mia schiava non sarai mai del tutto sola. Però non voglio portare una schiava in pizzeria. Io la mia schiava la tengo nuda. Tra parentesi, non sei ancora nuda anche se sei qui da dieci minuti perché non voglio che tu ti distrai in queste circostanze.
Io lo so che cosa vuoi dire, cosa vuoi dirmi, perché lo provo anche io.
Io ho bisogno di legarti e dominarti.
Ma non chiedermi di portarti in discoteca o di esibirti al Bar del Corso come felice fidanzatina."
"Ma infatti, anche io so che sono la tua schiava e che non sono la tua ragazza, ma..."
L'esitazione stava diventando solida.
Però, beh, però...
"L'altra sera, Sabato sera," Le dico.
"Beh, dopo quello che ti ho fatto Sabato Pomeriggio, beh, diciamo quello che abbiamo fatto, io me ne sono uscito tranquillamente con i miei amici e tu con le tue amiche. Come fai a considerarle amiche quelle due zoccole che ti tagliano appena ti volti non lo so, un altro tuo pezzo di masochismo incontrollato.
Comunque, non riuscivo a smettere di pensare ai segni del cane sulle tue cosce e al colore dei tuoi capezzoli dopo la cera e mi sentivo un cretino al pub con la birra in mano a parlare della Versione di Barney con gli altri"
"Di chi stavi parlando?"
"Lascia perdere, dicevo che mi sembrava innaturale starmene lì, ma se ti avessi avuta lì davanti probabilmente avrei ricominciato a seviziarti, di sicuro non a coccolarti."
"Sì, io me ne sono stata seduta a pensare che avrei voluto ancora stare con te, ma legata, non in giro e speravo solo che il dolore non svanisse.
Che posso fare?
Se non sto qui a farmi torturare desidero di esserci, quando mi rivesto già vorrei spogliarmi di nuovo e non so che fare, non so che fare".
La sua voce si ruppe, ma non scoppiò in lacrime.
Mi sentii a disagio, ma non solo per lei.
Ad un mio cenno lei si sarebbe spogliata anche in quelle circostanze.
Poi, per lunghi minuti, avremmo scambiato sensazioni e messo in comune la pelle, le corde, i segni, il dolore.
Ma in quel momento mi veniva voglia di alzarmi.
E lo feci.
Di avvicinarmi a lei.
Di farla alzare in piedi e finalmente abbracciarla.
E lo feci.
Si irrigidì, sorpresa. Poi si rilassò, ma non ricambiò il mio abbraccio.
"Neppure io so che cosa fare. E qualcosa dovremo fare. Ma non oggi.
Ti offro un gelato."
"E la sessione?"
"Non ti è bastata questa come sessione? Ne vuoi ancora?"
2 commenti:
Uno scritto coraggioso per la capacità di ascoltarsi e di fermarsi a pensare. Coraggio di vedere lati oscuri che ti fanno dire "Io non so cosa fare". Anche a me alle volte certe cose fanno paura, però proprio non riesco a dire di no.
Acuto e ricco di spunti.
Grazie :-)
Grazie a te! Ogni tanto i miei impulsi Dominanti vengono fuori ma non posso fare a meno di riflettere su questa strana ed asimmetrica alternanza. Ma anche nel desiderio di legare e punire non va mai via l'ancora della relazione con l'altro.
La chiave della felicità è vedere e capire il vero desiderio dell'altro e saziarlo. E' facendo la felicità degli altri che si può aspirare alla propria.
Grazie ancora...
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