Se le gambe tremavano a me, salendo le scale del mio piccolo appartamento, figuriamoci a lei.
Più per scaramanzia che per effettiva speranza, avevo preparato una mini scena:
La mia poltrona preferita, una sedia senza schienale tipo ikea piuttosto alta con un cuscino sopra, un tavolino coi miei pochi arnesi, coperti da un lenzuolo. A portata di mano, sulla poltrona, una benda e dei pezzi di corda da mezzo metro. Tutte le finestre erano chiuse.
Appena entrati in casa, presi Marcella per il braccio e la portai nella stanza. La lasciai davanti la poltrona e mi accomodai.
“Indossa la tua pelle e bada bene di guardarmi sempre negli occhi. Inizia dalla gonna!”
Arrossì ed il suo rossore crebbe mentre si toglieva gli abiti ed il suo corpo emergeva dalla stoffa. Obbedì alla lettera e lessi desiderio nei suoi occhi. Appena fu nuda mi alzai di scatto e la raggiunsi accompagnando le parole ai gesti:
“Mani dietro la nuca e ancora non hai capito che devi tenere le gambe larghe!”
Le diedi uno schiaffo su una coscia e le strizzai con forza un capezzolo:” Poche tette, tanto capezzolo, si vede che sei fatta per le mollette!” Le sfuggì un “Si”. Sempre di fronte a lei, che ora era ben ritta, le mani dietro la nuca, gambe aperte e mi guardava in deliquio, le afferrai anche l’altro capezzolo, strizzando e tirando: “Si cosa?” “Si, Padrone, sono fatta per le mollette”. “ Presuntuosa! Bene, ora fatti osservare un po’.” Mi sedetti sulla poltrona, tremante. Ero eccitatissimo e stavo esaurendo le idee.
Marcella si confermava una ragazza carina, ma certamente non una modella. Ma, i tradizionali parametri di bellezza non contano un fico secco nel BDSM. Di fronte a me c’era una donna che stava scegliendo per se la sottomissione ed assumeva, ai miei occhi, una bellezza di sconvolgente sensualità, anche se non era certo una perfetta tettona, anche se la cellulite sulle cosce iniziava a farsi vedere. Era una donna che si era denudata per essere libera di appartenere, non ad un nuovo Amore, ma ad un Padrone.
“Voltati.” Avevo deciso di non esprimere ulteriori apprezzamenti.
“Afferrati le caviglie, si, così”
Si era piegata in avanti ed il suo viso spuntava tra il sesso e le cosce.
“Ora allargati le chiappe con le mani e guardami. Visto che sei comoda eccoti le regolette di base: tu non sei niente fuori da questa stanza. Esisti solo quando indossi solo la tua pelle.
Esisti per soffrire immobilizzata come e quando e quanto deciderò io, è chiaro?”
“Si Padrone: esisto solo per soffrire...” La interruppi: “ Lo so già per cosa esisti, sogno verde! Al di fuori di questa stanza, i nostri rapporti continueranno come prima per il grande pubblico. Ho molto da lavorare per trasformarti in una schiava capace di soddisfarmi al di là dei tuoi buchi, ma ci arriveremo. Intanto, eccetto capelli, ciglia e sopracciglia tu non hai il diritto di avere peli: vedi di farli sparire tutti quanto prima oppure provvederò io a strapparteli uno ad uno. Poi, i pantaloni i jeans e tutti gli altri abiti maschili mettili in naftalina o regalali al prete: le donne hanno il diritto di vestirsi come gli pare, le schiave no. Guarda che dico sul serio: mi offrirai un caffè uno di questi giorni e verrò ad ispezionarti l’armadio e spero di trovare solo gonne e minigonne.
Nulla in contrario, vero?”
“ No Padrone.”
“Bene. Ora credo che ascolterò la tua supplica.”
Marcella si voltò e si inginocchiò con grazia nella più perfetta delle posizioni Nadu. Io avevo crudelmente atteso il momento in cui le sue mani si erano posate con le palme alte sulle cosce larghe per dire, beffardo:” Ma brava, fai tutto tu? Ti ho detto di supplicarmi, non di inginocchiarti! E’ meglio se ti stai zitta e rimandiamo la supplica alla prossima volta! Ora abbiamo altre urgenze, Alzati!” Si alzò, mortificata. La condussi alla sedia. La bendai. Iniziai a legarla ed a prepararla: Mani dietro la schiena collegate ad un collare da cane. Poi, le mollette: solo due, abbastanza dure, sui capezzoli, messe parallele in modo che non si staccassero quando avrei messo il suo petto sulla sedia. Sussultò appena. Con la punta delle dita mi soffermai a pizzicarle il seno. Marcella iniziò ad ansimare. Era eccitatissima anche lei.
Ora, veniva il difficile: legarla alla sedia in modo che il suo sesso fosse disponibile per il gran finale.
Mi aiutai col cuscino e per fortuna la sedia sembrava fatta a posta.
Legai le caviglie alle gambe della sedia, mente dall’altro lato alle gambe legai il collare. Non era proprio immobilizzata, ma, prima ancora che il pensiero, decisero le mie mani. Mi spogliai, in fretta, con le mani tremanti mi infilai il preservativo. Le palpai il culo e le cosce, fino ad arrivare alla fica bagnata. Feci un passo indietro, presi la cinghia, la piegai in due e cominciai.
“Adesso “ - cinghiata - “ Puoi “ cinghiata - “pronunciare“ - cinghiata - “ la tua “ cinghiata - “Supplica “ - cinghiata. Marcella pareva ricevere una masturbazione invece che una fustigazione e la sua supplica non fu un gran che: “ Padrone “ cinghiata - “ la prego“ - cinghiata - “ di tenermi “ cinghiata - “ in schiavitù“ - cinghiata - “ per sempre “ cinghiata - “ La prego di frustarmi“ - cinghiata - “ incularmi “ cinghiata - “ legarmi “ - cinghiata - “ fottermi “ cinghiata - “come le va “ - cinghiata - “la supplicoo “ cinghiata. Ormai il sedere era ben striato di rosso, dato che non mi ero risparmiato.
Era tempo. La cinghia mi cadde di mano. Mi avvicinai a lei, ancora, poi ancora.
Mi aiutai con una mano, la penetrai, poi con la destra la tenni dal collare, con la sinistra la schiaffeggiavo ritmicamente in controtempo rispetto ai colpi che le davo.
Venne quasi subito, sopraffatta dall’accumularsi di eccitazione.
Io la seguii poco dopo.
Un pezzo di me avrebbe voluto slegarla, abbracciarla, piangere con lei, baciarla e ringraziarla. Dirle che il passato era perdonato, che il presente era l’unica cosa che contasse.
La mia parte schiava. Mi staccai da lei, che tremava nuda, segnata, in mio potere. Mi rivestii con calma e solo dopo iniziai a slegarla lentamente. Non le tolsi la benda nè le mollette.
Quando fu libera, la aiutai a solleversi, le feci bere un bicchier d’acqua, poi la rimisi in ginocchio davanti alla poltrona.
“Marcella, questo è solo l’inizio. Ora puoi parlare liberamente e dirmi se desideri davvero continuare.”
“ Padrone...” Tacque. Mi alzai, le tolsi la benda e mi risedetti.
I suoi occhi sembravano trasfigurati, arrossati e dilatati.
“Marcella, le vedi le mollette sui tuoi capezzoli?” “Si padrone” “ Non te le ho tolte perchè desidero che tu soffra anche se ti sei completamente data a me. Ti è chiaro a cosa vai incontro?”
“Si Padrone. Padrone, desidero continuare e la prego di essere spietato con me, sono una persona cattiva e devo essere punita” Mhmm, stavamo andando troppo in là.
Mi alzai, le tolsi le mollette causandole il naturale soprassalto di sofferenza e le dissi: “Bene Marcella, iniziamo un periodo di prova, se le cose andranno bene avrai un collare vero, ora rivestiti e vattene, ti chiamo io”.
Sospirò, si alzò piano, si rivestì nella mia apparente indifferenza e quando fu pronta, indecisa se andar via o dire qualcos’altro, le tirai in faccia i suoi slip rossi:” Ti stavi dimenticando questi! Coraggio, mettili!” Marcella, esausta da quest’ultima crudeltà, si chinò, raccolse da terra le mutandine, si sollevò la gonna e si reinfilò il piccolo pezzo di stoffa.
“Padrone? “
“ Si?”
“ Grazie. “
“Grazie a te, sogno verde. A presto”.
Si voltò ed uscì in silenzio dall’appartamento.
Purtroppo, le mie fatiche della giornata erano ben lungi dall’essere terminate.
Camilla, infatti, aveva richiesto un dettagliato resoconto. La chiamai mentre Marcella ancora scendeva le scale.
“No, non dirmi nulla, vengo da te e non toccare niente, voglio vedere come te la sei cavata!”
Ingenuamente, mi sedetti sulla poltrona a bere anch’io un po’ d’acqua ed iniziai a fantasticare sul seguito...
Camilla si presentò appena dieci minuti dopo che Marcella era andata via. Non avevo toccato niente, come mi aveva chiesto.
Ispezionò la scena con curiosità: la cinghia sul pavimento, i pezzi di corda, la sedia, la poltrona...
“Lo sai che è un peccato rimettere a posto subito questo bel disordine? Che ne dici? ”
Non potevo oppormi, non ci pensavo neppure.
“Fai esattamente quello che hai fatto fare a lei!”
Mi spogliai, mi misi a carponi sulla sedia col cuscino sotto la pancia e misi le mani dietro la schiena.
“Ora, piccolo padroncino in erba, raccontami tutto, anzi, sai cosa ti dico? Ora facciamo una bella ripetizione....”
La cinghia sibilò di nuovo...