“Chinati un po’..... Brava: ora, finchè non arriviamo, voglio che tu tenga ben affondate nelle cosce le tue unghiette, voglio vedere i segni! E voglio anche che rifletti su quello che ti sta per accadere: ripeti ad alta voce: “ Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata”
Incredibilmente, per me, Marcella si chinò quel tanto che bastava per consentirle di afferrarsi le cosce da sotto con le sue stesse mani. Diedi uno sguardo veloce ma ci misi un attimo a capire che dovevo fermarmi ed ammirare lo spettacolo.
Le gambe bianche di Marcella erano spalancate e le dita spuntavano dal sedile dell’auto per conficcarsi nell’interno coscia. Il cuore prese a battermi forte quando Marcella iniziò il suo mantra: “ Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata...”
Mi eccitava quella sottomissione da bambola, meccanica.
Ripartii.
Dopo neppure cinque minuti, la cantilena aveva iniziato ad annoiarmi. Ormai sulla strada, le chiesi: “Dove hai la macchina?” “Alla Stazione, Padrone” Padrone.
Una ragazza mi aveva appena chiamato Padrone.
Non poteva essere. “ Mani sotto le cosce che terrai ben larghe, raccontami un po’ di come hai perso la verginità”
“Avevo 15 anni, al campo estivo dell’Azione Cattolica. L’ho persa nel magazzino, con un ragazzo di un’altra città”. Esitò, poi continuò:” Accadde a metà campeggio, lui si chiamava Antonio, era bellissimo e molto muscoloso. Gli ero andata dietro fin dal primo giorno, la prima volta che ci appartammo mi mise subito le mani addosso e glie lo lasciai fare, poi..”
La interruppi:” Non mi interessano i tuoi calori giovanili, ti ho chiesto una cosa precisa!”
“Scusi Padrone, dicevo che mi portò nel magazzino, in un sottoscala. Mi fece togliere i pantaloncini e gli slip, poi mi fece sdraiare sul pavimento. Ricordo ancora il sedere...” La interruppi di nuovo:” Il culo, schiava, il culo: tra di noi non ci formalizziamo: non diciamo sodomizzare ma inculare, non diciamo rapporto orale, ma pompino, intesi? Lo sai che le parole sono importanti, no?” “ Mi scusi ancora, Padrone. Ha ragione: il culo sul pavimento freddo mi eccitò, spalancai le gambe senza che lui me lo chiedesse. Si eccitò subito anche lui che saltò ogni preliminare. E mi fece tanto male.” Pausa. “ Mi fece tanto male e mi piacque tanto “.
“Davvero? Allora ti faccio un regalo: ora allunga il collo in avanti e tieni la testa bassa, con lo sguardo un po’ a destra. Perfetto, così. Chiudi gli occhi. Allora, tra poco, senza preavviso, ti darò un manrovescio. Dopo che te lo avrò dato, riapri gli occhi e mi ringrazi. Ti concedo di chiedermene altri se ne vorrai.”
Mi concentrai sulla guida, avevo bisogno di controllare l’adrenalina e l’erezione che mi stavano sopraffacendo. Mancava ancora un po’ per arrivare a casa, ma se avessi potuto, avrei fermato la macchina e avrei banalmente scopato quella ragazza nel più tradizionale dei modi pur di dar pace ai miei sensi.
Nel frattempo, Marcella stava in posizione, in attesa.
Feci passare almeno dieci minuti di silenzio, poi le mollai il ceffone, con la destra, direttamente tra un cambio di marcia e l’altro.
Ovviamente, non molto forte.
Per la prima volta in vita mia avevo picchiato una donna.
L’avevo fatto con determinata premeditazione e senza alcuna ragione. In apparenza, per stabilire delle regole, ma sapevo che avevo solo esercitato una violenza gratuita, una capacità di violenza che scoprivo esistere in me completa come se l’avessi esercitata e coltivata da anni.
Marcella si voltò verso di me e parlò: ”Grazie, Padrone, per favore può darmi un altro ceffone?”
“No: aspetterai che arriviamo alla tua auto, voglio dartene uno guardandoti in faccia”
“ Grazie, Padrone, aspetterò “
Attese poco: il viaggio volgeva al termine, parcheggiai vicino alla macchina di Marcella ma non la feci scendere subito.
“Dammi gli slip” Marcella, si trattenne a stento dal sorridere, ma io me ne accorsi. Si sollevò sul sedile appoggiandosi allo schienale e si tirò via gli slip sollevando ancora un po’ la gonna sulle cosce, ancora segnate dalle sue unghie.
Lingerie dozzinale, rossa. Bagnata.
Con quella stoffa nella mano destra, guardai in faccia Marcella, che sembrava il gatto che aveva appena mangiato il topo. Con la sinistra, rapidissimo, le diedi un ceffone ben più forte del precedente sull’altra guancia.
Marcella non fiatò, divenne rossa in viso e le lacrime le annebbiarono gli occhi verdi, ma si riprese subito e disse ancora, con una voce impastata non so più neppure io se per l’eccitazione, la rabbia o il semplice sforzo di trattenere le lacrime: “Grazie di nuovo, Padrone”.
“Ora mettiti in macchina e seguimi a casa”
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