sabato 6 novembre 2010

Marcella, prima parte

E’ un vero peccato che io non sia un Master fatto e finito, sapete?
Perchè avrei potuto trastullarmi a lungo con Marcella.
Davvero un peccato. Ma, certe cose, dopo un po’ mi vengono a noia e temevo, comunque, di star tirando troppo la corda.
Non partiamo dall’inizio: partiamo dal succo della storia: ho avuto come quasi schiava una stronza masochista che ho potuto punire per i suoi comportamenti balordi inflitti a me ed ad altri poveracci, tutti membri di un’associazione di volontariato. Dico quasi schiava perchè, essendo io stesso più schiavo che switch, non ho potuto spingere il gioco ai livelli di un vero Master.
Per carità di patria sorvoliamo sul nome dell’associazione, serissima ed a livello internazionale, in cui io, Marcella e tanti altri prestavamo la nostra opera gratuita.
Marcella era la bestia nera della sezione locale. Il suo è un carattere impossibile. Vuole sempre averla vinta lei anche oltre l’evidenza, si fa un amico/a del cuore con cui dare battaglia agli altri per poi scaricarlo alla prima divergenza. Siccome davvero ci sa fare, è anche abilissima nel manipolare le circostanze e riesce a far passare gli altri come stronzi. Ma non solo: ha anche la capacità di ricucire i rapporti qualche mese dopo la peggior lite, ovviando così alla banale impossibilità di proseguire con la sua tattica in un ambiente chiuso fatto dalla quindicina di persone membri dell’associazione. Nel giro di un paio d’anni aveva fatto lite con tutti e con tutti era stata intima.
Credo di aver descritto il tipo a sufficienza per potervi consentire di farvi un’idea. Aggiungo anche che è pure una persona civicamente scorretta: parcheggia in divieto di sosta, getta le carte a terra e considera trasmissioni come il grande fratello la summa della cultura umana.
Fisicamente è carina e niente più. Statura media, belle gambe, poco seno ed occhi verdi su capelli castani. In minigonna ti gireresti a guardarla, ordinariamente, no.
Assieme a Marcella avevo avuto la responsabilità di un settore associativo. Dopo un inizio promettente in cui eravamo quasi arrivati a sentirci e/o vederci tutti i giorni, avemmo una feroce lite su una questione di principio, in pratica mi ero rifiutato di consentirle di usare a scopi privati dei mezzi dell’associazione. Purtroppo, coem ho già detto, fu abile a rivoltare la frittata e mi fece comparire agli altri come un fesso ottuso attaccato ai formalismi.
Ci rimasi male, ma, per natura, da un lato me la lego al dito, dall’altro sono incapace di giurare vendetta.
Passò il tempo, più di un anno e raggiungemmo una tregua formale.
Nel frattempo, la vita andava avanti.
Il punto di svolta fu quando si presentò nel mio studio per chiedermi di ripararle il portatile. Non mi occupo più di assistenza spicciola, ma capii subito che sarebbe stato meglio accontentarla perchè....

“ E dai e dai e dai” Marcella era di una petulanza insuperabile da cui non riuscivo a difendermi neppure dietro la pila di carte che ingombrava la mia scrivania, già soffocata da monitors e tastiere. “ Marcella, non è che non voglio e che ora non posso come puoi vedere” “ E dai, tu sei bravissimo, quei cretini del negozio l’ultima volta se lo sono tenuti quasi un mese mentre tu te la cavi in quattro e quattr’otto!” .. e non costo 50€ per ripulirti l’arnese da virus e schifezze varie...
Marcella sfoderò l’arma segreta. In piedi, mi porse la borsa del notebook sbattendo le sopracciglia per evidenziare i suoi occhi verdi, immemore di aver usato in passato quella tattica senza successo dopo la nostra lite.
“Vabbè, lascia tutto e ti faccio sapere. Dentro ci sono tutti i CD?” “Si si, CD, alimentatore, mouse tutto tutto” E se ne andò senza ringraziare.
Mi ritagliai un angolo nella scrivania, sistemai il notebook e lo accesi. Ci mise 4 minuti a partire ed una rapida analisi dei processi mi confermò che era impestato di malaware. In questi casi, mi rifiuto di riparare il sistema, è molto più veloce salvare i dati e formattare. Perchè, poi, una che usa il pc solo per la mail, navigare su facebook e giocare a farmville non usi linux è un mistero...
Lavoro un po’ sul portatile, tanto la procedura di salvataggio su un mio Hard Disk esterno dedicato è automatica. Poi ripristino il sistema ed inizio a riportare le cartelle di Marcella sul Portatile.
Non guardo mai cosa c’è dentro i files delle persone che mi portano un pc da riparare. Per ovvie ragioni, sia legali che di opportunità pratica.
Nè vado a guardare la cronologia dei siti visitati.
Tuttavia, una volta che ho rimesso le cose a posto, provo il notebook: apro un documento a caso, in genere il primo che trovo sul desktop, navigo su internet, pochi minuti di test per verificare che sia tutto ok.
Così, rimasi completamente a bocca aperta quando aprii internet explorer per verificare di aver reimportato i preferiti salvati e mi trovai di fronte ad una sfilza di siti BDSM con link alla pagina utente.
il Nik era unico: sogno_verde.
Non andai oltre, non aprii neppure le pagine. Finii le verifiche, spensi il Computer e mi fermai a riflettere. Sicuramente, quel notebook nascondeva segreti interessanti.
Ma, cercarli, mi sembrava indegno e disgustoso. Ero venuto a sapere qualcosa che non avrei dovuto sapere, certo, per pura dabbenaggina da parte di Marcella, non certo per mia curiosità. Per buona misura formattai più volte il mio hard disk su cui avevo conservato temporaneamente i suoi dati: non volevo cadere in tentezione. Avvertii Marcella che avevo riparato il guasto e decisi di non riaccendere il computer. Il suo. Ma il mio era acceso e la mia curiosità ancora di più.
Avevo le mie precauzioni a tutela della mia privacy ma, pochi secondi dopo, stavo accedendo ai siti in questione e visualizzavo il profilo di ‘sogno_verde’ sulle varie pagine.
L’avatar era una fatina ignuda in 2 delle 3 comunità a cui Marcella si era iscritta. In un’altra era una sua foto in bikini col viso oscurato.
Come città aveva messo il capoluogo di regione, come ruolo: “schiava”.
Passai il resto della mattinata a spulciare i suoi profili, i suoi interventi ( scarni ed insignificanti ) ed i suoi limiti. Il tutto a grave danno della mia produttività.
Secondo quanto scriveva di se, Marcella era una ragazza sognatrice, (si, di fare la tronista ) dolce, sensibile ( come no ), completamente sottomessa nell’animo e desiderosa di incontrare un Master severo e dolce.
Desiderava provare il bondage e praticamente ogni pratica BDSM nota e codificata. Però!
Hai capito “sogno_verde”....
Marcella si presentò in ritardo, non si offrì neppure di pagarmi per il disturbo e mi scroccò anche il caffè nel bar sotto il mio studio.
Per un paio di giorni pensai al da farsi.
Ovviamente, non pensavo a nulla di ricattatorio o di pericoloso per la sua privacy ( anche perchè era bravissima a distruggersela da sola ). Ma stavo pensando all’opportunità di tentare di diventare il suo padrone. Per sport.
Evidentemente, se scrivo queste righe, devo esserci riuscito, quindi non vi affannate a cercare di estrarre il manuale del perfetto seduttore BDSM da quese pagine.
Tuttavia, dovevo comunque chiedere il permesso alla mia teorica Padrona, Camilla. Certo, con Camilla le cose si erano stabilizzate in una routine di saltuari incontri si e no bimestrali, ben lontani dalla fiamma originaria. Avevamo interrotto la relazione pubblica ed il legame tra noi era solo di corde e bacchettate.
Un legame assai lasco ma, tutto sommato, resistente.
Ma, per passare dall’altro lato della barricata ed impossessarmi di Marcella avevo bisogno non tanto del suo consenso formale, ma del suo aiuto, magari solo logistico.
Per farla breve: contattai Camilla e le spiegai la situazione. Ovviamente, durante una sessione che avevo richiesto appositamente: ricordo bene il suo nervoso accavallarsi di gambe mentre esponevo il tutto, nudo, con il culo ben segnato ed in bocca il sapore della sua fica.
Camilla non ne fu entusiasta. E non per gelosia, ma per la preoccupazione che mi cacciassi in un guaio mettendo a rischio la mia privacy. Ma alla fine non solo diede il suo consenso, ma si offrì di imprestarmi l’armamentario necessario.
Partii alla cattura di Marcella: conoscevo bene i suoi gusti e nella corsa partivo tutto sommato avvantaggiato. Per prima cosa creai dei profili ad-hoc, perfettamente compatibili col suo, nei siti che frequentava. Scrissi racconti zuccherosi e svenevoli, poesie banali e scelsi come avatar un guerriero fantsy muscoloso e possente. Particolare decisivo, come città inserii la nostra e non una fittizia.
Poi, la contattai via messaggio e passai un mese a lasciare tracce sul suo cammino.
Sedurla, alla fine, fu più facile che sopportarla nella quotidianità.
Iniziammo virtualmente, via mail, neppure via chat.
I miei ordini erano sempre brevi e semplici e tutti implicavano masturbazione.
Le prove fotografiche furono il passo successivo.
I primi scatti col cellulare erano promettenti: Marcella aveva tette piccole con grossi capezzoli ed una farfallina pelosa che, a rigore, avrebbe dovuto tener glabra.
Nel frattempo, le mails di Marcella contenevano giuramenti di fedeltà ( a cui credevo poco ), desiderio di provare piacere sotto la frusta ( a cui credevo di più ) e dichiarazioni di completa sottomissione.
Occorreva, però, decidere se e come passare al reale.
Del resto, non avevo fretta: ero davvero sicuro di volere che Marcella sapesse di certe mie inclinazioni? Quella era capace di tutto ed era meglio non fidarsi, sarebbe stato necessario prendere precauzioni.
E poi, il fattore cruciale: cosa me ne sarei fatto dopo la prima sessione?
Cioè, sarei stato in grado di gestire una schiava?
Fu dopo quasi 3 mesi di virtuale che, quasi di comune accordo, decidemmo di passare al reale. Ovviamente, fui io stesso a proporre un posto pubblico nel capoluogo di regione, ben lontano dalla nostra città. Speravo che non accettasse e che confessasse di vivere nella mia stessa città, anche perchè Marcella non guida sulle strade exxtraurbane. Invece, accettò. Siccome l’incontro era in un posto pubblico, le concessi di non vestirsi da troia (come da prassi letteraria, ) , ma, nonostante fosse ancora un freddo aprile, le ordinai di presentarsi in gonna sopra il ginocchio e senza calze. Il mio pizzico di sadismo non fu tanto nel vestiario, scelta desolatamente obbligata da parte di un master, ma nell’imporle, come segno di riconoscimento, di portare con se una copia di Lessico Famigliare. Sapevo per certo che, dopo le superiori, non aveva più letto un libro....

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