giovedì 25 novembre 2010

il concetto di Punizione secondo Angolobuio

Su ordine e concessione di Chi ha Potere su di me, pubblico quanto segue...


Sono uno schiavo.
Sono sottomesso.
Non sono eccessivamente masochista.
Provo piacere nell'essere sottomesso più che dal dolore.
Ma il dolore della sottomissione è una necessità.
Una necessità bilaterale.
I Dominanti, possono essere anche sadici, ossia, gaudenti delle sofferenze che infliggono ai propri sottomessi.
Un sub, pertanto, deve mettere in conto due tipi di sofferenza: quella legata alla disciplina della dominazione e quella legata al sadismo.
Quindi, ecco una prima, cruciale differenza:
il dominante infligge punizioni al proprio sottomesso per correggerne i comportamenti difformi dalla propria volontà: errori nell'eseguire ordini, nella postura, nel parlare, omissioni, insomma, ogni comportamento del sub che si differenzi da quello richiesto dal Top merita una Punizione.
In aggiunta, il Top conserva intatta la facoltà di infliggere sofferenze al proprio sub anche nel caso in cui il comportamento del sub sia del tutto corrispondente alla propria volontà.
I due eventi, tuttavia, è bene che siano ben distinti sia nella mente del Top che in quella del sub. Il sub accetta di essere addestrato a suon di cinghiate, accogliendo la Punizione come un dono. 
Di fatto, lo è: rappresenta l'impegno del Top per la realizzazione dei desideri del sub.
Come sub, mi trovo a mio perfetto agio nudo e legato alla mercè del Top, ma questa condizione può verificarsi solo in seguito al lavoro del Top sul proprio sub: 
lavoro di comprensione, responsabilità, educazione, addestramento. 
Il Top comprende il proprio sub: ne capisce i limiti e le inclinazioni e verifica se è compatibile col proprio piacere.
Il Top ne è responsabile, sia a livello fisico che psicologico e deve salvaguardarne la privacy.
Il Top educa il proprio sub nel senso che tira fuori dal sub quello che il sub è nel profondo.
Il Top addestra, pertanto, il sub a diventare tale. 
Tutto questo, punendolo.
Altri aggettivi non sono necessari: il Top, in base alle circostanze, stabilirà ciò che è meglio per la formazione del legame di Dominazione e Sottomissione. La 'gravità' della colpa del sub non è catalogabile, almeno non nel senso della punizione: non può esistere un 'codice penale' per lo schiavo. 
Che è soggetto all'arbitrio del Top soprattutto quando merita una punizione.
Le modalità di punizione sono le più varie, tuttavia esprimo qui la mia personalissima opinione:
La punizione correttiva ideale è, secondo me, una punizione corporale ben delimitata nello spazio e nel tempo, quantificabile, di cui sono noti i termini, le motivazioni ed i fini.
Le sofferenze del Bondage, quelle posturali e le altre innumerevoli forme di dolore che il Top può infliggere al Sub, sono parte della quotidianità del rapporto di sottomissione: un sub che è nudo, legato in una posizione scomoda, sottoposto a decorazioni con la cera, sodomizzato ecc. prova sicuramente dolore fisico, intenso, diffuso e prolungato. Ma questa non è una condizione di punizione, ma di normale esistenza per il sub!
La Punizione è una sofferenza espiante: non c'è n'è ira n'è dispetto nell'infliggere o ricevere la Punizione. Anzi, idealmente, ritengo che vada inflitta con severità pari alla serenità: senza, si badi bene, abbandonarsi a forme di asetticità di qualunque tipo. La Punizione è una faccenda di corpi e di differenti forme di eccitazione. La mano che brandisce la cinghia e la natica che riceve il colpo formano un legame tra loro che è l'essenza della stessa Punizione.
Il percorso di sottomissione è invariabilmente lungo, difficile e caduco.
Il sub che sbaglia, discostandosi dalla volontà del Top, lo fa per ricevere inconsciamente una punizione? 
Ritengo sia possibile, ma ritengo anche che, col proseguire dell'addestramento, tale comportamento diventi minoritario e tenda a scomparire. Tale supposizione è, tutto sommato logica: man mano che l'addestramento prosegue, aumenta la consapevolezza e la sottomissione si materializza nella realizzazione dei desideri del Top.
Da questi ragionamenti, sembrerebbe che l'incastro perfetto sia tra un Top Sadico ed un sub masochista. Tuttavia,ritengo che un sub abbia il preciso dovere di accettare anche le sevizie che il Top vorrà infliggergli per soddisfare il proprio sadismo ben al di là di un "minimo sindacale".
Di suo, il Top ha una responsabilità maggiore, non solo nella materiale esecuzione della Punizione, ma, ritengo, soprattutto nella consapevolezza delle condizioni al contorno in cui vive il sub, in modo da scindere le necessità Punitive, intese come necessità per la riuscita del rapporto D/s, dalle circostanze avverse.
Che non mancano mai.

Angolobuio.

domenica 21 novembre 2010

Marcella, quarta parte

Se le gambe tremavano a me, salendo le scale del mio piccolo appartamento, figuriamoci a lei.
Più per scaramanzia che per effettiva speranza, avevo preparato una mini scena:
La mia poltrona preferita, una sedia senza schienale tipo ikea piuttosto alta con un cuscino sopra, un tavolino coi miei pochi arnesi, coperti da un lenzuolo. A portata di mano, sulla poltrona, una benda e dei pezzi di corda da mezzo metro. Tutte le finestre erano chiuse.
Appena entrati in casa, presi Marcella per il braccio  e la portai nella stanza. La lasciai davanti la poltrona e mi accomodai.
“Indossa la tua pelle e bada bene di guardarmi sempre negli occhi. Inizia dalla gonna!”
Arrossì ed il suo rossore crebbe mentre si toglieva gli abiti ed il suo corpo emergeva dalla stoffa. Obbedì alla lettera e lessi desiderio nei suoi occhi. Appena fu nuda mi alzai di scatto e la raggiunsi accompagnando le parole ai gesti:
“Mani dietro la nuca  e ancora non hai capito che devi tenere le gambe larghe!”
Le diedi uno schiaffo su una coscia e le strizzai con forza un capezzolo:” Poche tette, tanto capezzolo, si vede che sei fatta per le mollette!” Le sfuggì un “Si”. Sempre di fronte a lei, che ora era ben ritta, le mani dietro la nuca, gambe aperte e mi guardava in deliquio, le afferrai anche l’altro capezzolo, strizzando e tirando: “Si cosa?” “Si, Padrone, sono fatta per le mollette”. “ Presuntuosa! Bene, ora fatti osservare un po’.” Mi sedetti sulla poltrona, tremante. Ero eccitatissimo e stavo esaurendo le idee.
Marcella si confermava una ragazza carina, ma certamente non una modella. Ma, i tradizionali parametri di bellezza non contano un fico secco nel BDSM. Di fronte a me c’era una donna che stava scegliendo per se la sottomissione ed assumeva, ai miei occhi, una bellezza di sconvolgente sensualità, anche se non era certo una perfetta tettona, anche se la cellulite sulle cosce iniziava a farsi vedere. Era una donna che si era denudata per essere libera di appartenere, non ad un nuovo Amore, ma ad un Padrone.
“Voltati.” Avevo deciso di non esprimere ulteriori apprezzamenti.
“Afferrati le caviglie, si, così”
Si era piegata in avanti ed il suo viso spuntava tra il sesso e le cosce.
“Ora allargati le chiappe con le mani e guardami. Visto che sei comoda eccoti le regolette di base: tu non sei niente fuori da questa stanza. Esisti solo quando indossi solo la tua pelle.
Esisti per soffrire immobilizzata come e quando e quanto deciderò io, è chiaro?”
“Si Padrone: esisto solo per soffrire...” La interruppi: “ Lo so già per cosa esisti, sogno verde! Al di fuori di questa stanza, i nostri rapporti continueranno come prima per il grande pubblico. Ho molto da lavorare per trasformarti in una schiava capace di soddisfarmi al  di là dei tuoi buchi, ma ci arriveremo. Intanto, eccetto capelli, ciglia e sopracciglia tu non hai il diritto di avere peli: vedi di farli sparire tutti quanto prima oppure provvederò io a strapparteli uno ad uno. Poi, i pantaloni i jeans e tutti gli altri abiti maschili mettili in naftalina o regalali al prete: le donne hanno il diritto di vestirsi come gli pare, le schiave no. Guarda che dico sul serio: mi offrirai un caffè uno di questi giorni e verrò ad ispezionarti l’armadio e spero di trovare solo gonne e minigonne.
Nulla in contrario, vero?”
“ No Padrone.”
“Bene. Ora credo che ascolterò la tua supplica.”
Marcella si voltò e si inginocchiò con grazia nella più perfetta delle posizioni Nadu. Io avevo crudelmente atteso il momento in cui le sue mani si erano posate con le palme alte sulle cosce larghe per dire, beffardo:” Ma brava, fai tutto tu? Ti ho detto di supplicarmi, non di inginocchiarti! E’ meglio se ti stai zitta e rimandiamo la supplica alla prossima volta! Ora abbiamo altre urgenze, Alzati!” Si alzò, mortificata. La condussi alla sedia. La bendai. Iniziai a legarla ed a prepararla: Mani dietro la schiena collegate ad un collare da cane. Poi, le mollette: solo due, abbastanza dure, sui capezzoli, messe parallele in modo che non si staccassero quando avrei messo il suo petto sulla sedia. Sussultò appena. Con la punta delle dita mi soffermai a pizzicarle il seno. Marcella iniziò ad ansimare. Era eccitatissima anche lei.
Ora, veniva il difficile: legarla alla sedia in modo che il suo sesso fosse disponibile per il gran finale.
Mi aiutai col cuscino e per fortuna la sedia sembrava fatta a posta.
Legai le caviglie alle gambe della sedia, mente dall’altro lato alle gambe legai il collare. Non era proprio immobilizzata, ma, prima ancora che il pensiero, decisero le mie mani. Mi spogliai, in fretta, con le mani tremanti mi infilai il preservativo. Le palpai il culo e le cosce, fino ad arrivare alla fica bagnata. Feci un passo indietro, presi la cinghia, la piegai in due e cominciai.
“Adesso “ - cinghiata - “ Puoi “ cinghiata - “pronunciare“ - cinghiata - “ la tua “ cinghiata - “Supplica “ - cinghiata. Marcella pareva ricevere una masturbazione invece che una fustigazione e la sua supplica non fu un gran che: “ Padrone “ cinghiata - “ la prego“ - cinghiata - “ di tenermi “ cinghiata - “ in schiavitù“ - cinghiata - “ per sempre “ cinghiata - “ La prego di frustarmi“ - cinghiata - “ incularmi “ cinghiata - “ legarmi “ - cinghiata - “ fottermi “ cinghiata - “come le va “ - cinghiata - “la supplicoo  “ cinghiata. Ormai il sedere era ben striato di rosso, dato che non mi ero risparmiato. 
Era tempo. La cinghia mi cadde di mano. Mi avvicinai a lei, ancora, poi ancora.
Mi aiutai con una mano, la penetrai, poi con la destra la tenni dal collare, con la sinistra la schiaffeggiavo ritmicamente in controtempo rispetto ai colpi che le davo.
Venne quasi subito, sopraffatta dall’accumularsi di eccitazione.
Io la seguii poco dopo.
Un pezzo di me avrebbe voluto slegarla, abbracciarla, piangere con lei, baciarla e ringraziarla. Dirle che il passato era perdonato, che il presente era l’unica cosa che contasse.
La mia parte schiava. Mi staccai da lei, che tremava nuda, segnata, in mio potere. Mi rivestii con calma e solo dopo iniziai a slegarla lentamente. Non le tolsi la benda nè le mollette.
Quando fu libera, la aiutai a solleversi, le feci bere un bicchier d’acqua, poi la rimisi in ginocchio davanti alla poltrona.
“Marcella, questo è solo l’inizio. Ora puoi parlare liberamente e dirmi se desideri davvero continuare.”
“ Padrone...” Tacque. Mi alzai, le tolsi la benda e mi risedetti.
I suoi occhi sembravano trasfigurati, arrossati e dilatati.
“Marcella, le vedi le mollette sui tuoi capezzoli?” “Si padrone” “ Non te le ho tolte perchè desidero che tu soffra anche se ti sei completamente data a me. Ti è chiaro a cosa vai incontro?”
“Si Padrone. Padrone, desidero continuare e la prego di essere spietato con me, sono una persona cattiva e devo essere punita” Mhmm, stavamo andando troppo in là.
Mi alzai, le tolsi le mollette causandole il naturale soprassalto di sofferenza e le dissi: “Bene Marcella, iniziamo un periodo di prova, se le cose andranno bene avrai un collare vero, ora rivestiti e vattene, ti chiamo io”.
Sospirò, si alzò piano, si rivestì nella mia apparente indifferenza e quando fu pronta, indecisa se andar via o dire qualcos’altro, le tirai in faccia i suoi slip rossi:” Ti stavi dimenticando questi! Coraggio, mettili!” Marcella, esausta da quest’ultima crudeltà, si chinò, raccolse da terra le mutandine, si sollevò la gonna e si reinfilò il piccolo pezzo di stoffa.
“Padrone? “ 
“ Si?” 
“ Grazie. “
“Grazie a te, sogno verde. A presto”.
Si voltò ed uscì in silenzio dall’appartamento.
Purtroppo, le mie fatiche della giornata erano ben lungi dall’essere terminate. 
Camilla, infatti, aveva richiesto un dettagliato resoconto. La chiamai mentre Marcella ancora scendeva le scale.
“No, non dirmi nulla, vengo da te e non toccare niente, voglio vedere come te la sei cavata!”
Ingenuamente, mi sedetti sulla poltrona a bere anch’io un po’ d’acqua ed iniziai a fantasticare sul seguito...
Camilla si presentò appena dieci minuti dopo che Marcella era andata via. Non avevo toccato niente, come mi aveva chiesto.
Ispezionò la scena con curiosità: la cinghia sul pavimento, i pezzi di corda, la sedia, la poltrona...
“Lo sai che è un peccato rimettere a posto subito questo bel disordine? Che ne dici? ”
Non potevo oppormi, non ci pensavo neppure.
“Fai esattamente quello che hai fatto fare a lei!”
Mi spogliai, mi misi a carponi sulla sedia col cuscino sotto la pancia e misi le mani dietro la schiena.
“Ora, piccolo padroncino in erba, raccontami tutto, anzi, sai cosa ti dico? Ora facciamo una bella ripetizione....”
La cinghia sibilò di nuovo...

martedì 16 novembre 2010

Marcella, terza parte

“Chinati un po’..... Brava: ora, finchè non arriviamo, voglio che tu tenga ben affondate nelle cosce le tue unghiette, voglio vedere i segni! E voglio anche che rifletti su quello che ti sta per accadere: ripeti ad alta voce: “ Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata”

Incredibilmente, per me, Marcella si chinò quel tanto che bastava per consentirle di afferrarsi le cosce da sotto con le sue stesse mani. Diedi uno sguardo veloce ma ci misi un attimo a capire che dovevo fermarmi ed ammirare lo spettacolo.

Le gambe bianche di Marcella erano spalancate e le dita  spuntavano dal sedile dell’auto per conficcarsi nell’interno coscia. Il cuore prese a battermi forte quando Marcella iniziò il suo mantra: “ Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata...
Mi eccitava quella sottomissione da bambola, meccanica.
Ripartii.
Dopo neppure cinque minuti, la cantilena aveva iniziato ad annoiarmi. Ormai sulla strada, le chiesi: “Dove hai la macchina?” “Alla Stazione, Padrone” Padrone.
Una ragazza mi aveva appena chiamato Padrone.
Non poteva essere. “ Mani sotto le cosce che terrai ben larghe, raccontami un po’ di come hai perso la verginità”
“Avevo 15 anni, al campo estivo dell’Azione Cattolica. L’ho persa nel magazzino, con un ragazzo di un’altra città”. Esitò, poi continuò:” Accadde a metà campeggio, lui si chiamava Antonio, era bellissimo e molto muscoloso. Gli ero andata dietro fin dal primo giorno, la prima volta che ci appartammo mi mise subito le mani addosso e glie lo lasciai fare, poi..”
La interruppi:” Non mi interessano i tuoi calori giovanili, ti ho chiesto una cosa precisa!”
“Scusi Padrone, dicevo che mi portò nel magazzino, in un sottoscala. Mi fece togliere i pantaloncini e gli slip, poi mi fece sdraiare sul pavimento. Ricordo ancora il sedere...” La interruppi di nuovo:” Il culo, schiava, il culo: tra di noi non ci formalizziamo: non diciamo sodomizzare ma inculare, non diciamo rapporto orale, ma pompino, intesi? Lo sai che le parole sono importanti, no?” “ Mi scusi ancora, Padrone. Ha ragione: il culo sul pavimento freddo mi eccitò, spalancai le gambe senza che lui me lo chiedesse. Si eccitò subito anche lui che saltò ogni preliminare. E mi fece tanto male.” Pausa. “ Mi fece tanto male e mi piacque tanto “.
“Davvero? Allora ti faccio un regalo: ora allunga il collo in avanti e tieni la testa bassa, con lo sguardo un po’ a destra. Perfetto, così. Chiudi gli occhi. Allora, tra poco, senza preavviso, ti darò un manrovescio. Dopo che te lo avrò dato, riapri gli occhi e mi ringrazi. Ti concedo di chiedermene altri se ne vorrai.”
Mi concentrai sulla guida, avevo bisogno di controllare l’adrenalina e l’erezione che mi stavano sopraffacendo. Mancava ancora un po’ per arrivare a casa, ma se avessi potuto, avrei fermato la macchina e avrei banalmente scopato quella ragazza nel più tradizionale dei modi pur di dar pace ai miei sensi.
Nel frattempo, Marcella stava in posizione, in attesa.
Feci passare almeno dieci minuti di silenzio, poi le mollai il ceffone, con la destra, direttamente tra un cambio di marcia e l’altro.
Ovviamente, non molto forte.
Per la prima volta in vita mia avevo picchiato una donna.
L’avevo fatto con determinata premeditazione e senza alcuna ragione. In apparenza, per stabilire delle regole, ma sapevo che avevo solo esercitato una violenza gratuita, una capacità di violenza che scoprivo esistere in me completa come se l’avessi esercitata e coltivata da anni.
Marcella si voltò verso di me e parlò: ”Grazie, Padrone, per favore può darmi un altro ceffone?”
“No: aspetterai che arriviamo alla tua auto, voglio dartene uno guardandoti in faccia”
“ Grazie, Padrone, aspetterò “
Attese poco: il viaggio volgeva al termine, parcheggiai vicino alla macchina di Marcella ma non la feci scendere subito.
“Dammi gli slip” Marcella, si trattenne a stento dal sorridere, ma io me ne accorsi. Si sollevò sul sedile appoggiandosi allo schienale e si tirò via gli slip sollevando ancora un po’ la gonna sulle cosce, ancora segnate dalle sue unghie.
Lingerie dozzinale, rossa. Bagnata.
Con quella stoffa nella mano destra, guardai in faccia Marcella, che sembrava il gatto che aveva appena mangiato il topo. Con la sinistra, rapidissimo, le diedi un ceffone ben più forte del precedente sull’altra guancia.
Marcella non fiatò, divenne rossa in viso e le lacrime le annebbiarono gli occhi verdi, ma si riprese subito e disse ancora, con una voce impastata non so più neppure io se per l’eccitazione, la rabbia o il semplice sforzo di trattenere le lacrime: “Grazie di nuovo, Padrone”.
“Ora mettiti in macchina e seguimi a casa”

venerdì 12 novembre 2010

Marcella, seconda parte

Ci tenevo a far si che, fino all’ultimo, Marcella fosse sicura di incontrare uno sconosciuto ed avevo curato i dettagli dell’incontro che, eravamo d’accordo, sarebbe stato un semplice caffè in pubblico.
Per il gran giorno mi tenni il pomeriggio libero ed affrontai il viaggio con quella che comunemente si dice “ Trepidante eccitazione”. Che, dopo pochi minuti, diventò strizza:
ma che cavolo stavo facendo? Marcella a quattro zampe ai miei piedi? No, non poteva essere! E se mi fossi messo nei guai?
Insomma, per una buona mezz’ora, mi trovai a fare i conti con dubbi mica da poco. Non sembrava più tanto divertente. E neppure eccitante.
Ma, si sa, Satana ottiene il suo massimo risultato quando ci costringe a non fare nè il nostro dovere nè quello che davvero ci piace: ed io avrei dovuto lasciar perdere quest’insana impresa e sarei dovuto correre dalla mia Padrona, dato che è quello che davvero mi piace fare...
Parcheggiai in un autosilo a poca distanza dal luogo dell’appuntamento, una piazzetta tranquilla piena di panchine.
Lei era seduta, di spalle, sola su una panchina. Sembrava un’impiegata in pausa, con quel libro in mano.
Il libro mi diede forza: lei non l’aveva mai letto, io si. Quel libro fu per me la chiave del momento. Feci un bel respiro e mi avventai sul marciapiede che conduceva alle panchine, rallentando dopo lo slancio iniziale.
Lei guardava dal lato sbagliato, mi sedetti senza di re una parola ed allungai la mano direttamente sulla sua coscia sinistra, che spuntava per metò da sotto il tailleur dozzinale.
Si voltò di scatto, scostandosi e trasalendo per la sorpresa: doveva, ovviamente, essere tesissima!
“Brava, non hai le calze: è un buon inzio”. Dissi con voce piatta.
Sgranò gli occhi, lasciò cadere il libro per terra e si allontanò di un palmo:” TU!, sei TU! Non è possibile, ma... mi hai spiato!”... Mhmm, troppo in fretta...
“Per prima cosa, schiava, mi dai del Lei. Poi non ho frugato nulla, se tu che volevi che sapessi, altrimenti non avresti lasciato quei siti tra i preferiti, no? O sei stupida fino a questo punto? “ Restò muta, disorientata, ma dovevo battere il ferro finchè era caldo: e non mi riferisco alla sua vulnerabilità, ma alla mia capacità di mostrarmi deciso ed arrogante: non sarei durato a lungo. “ No, non sei stupida da lasciare tra i preferiti quelle cose se non per un tuo scopo preciso: avevi voglia di trovare un padrone e hai pensato a me: l’hai architettata bene la storia, ecco perchè hai portato il gioco fino a vederci qui invece che nella nostra città: sei stata brava, ora hai quello che volevi e te ne farò pentire! Raccogli subito il libro, non è lui che deve stare ai miei piedi!”
Obbedì.
La presi per il braccio sinistro, non per la mano e la portai via dalla panchina. “Dove hai la macchina?” “Non ce l’ho, sono venuta in autobus” Vuoi vedere che... Che davvero avevo indovinato? Decisi di stare al gioco. “ Allora, sogno verde, ora ce ne torniamo a casa. Tanto le presentazioni le abbiamo già fatte: guai a te se apri bocca senza il mio permesso”.
Per fortuna l’autosilo non era lontano, altrimenti mi sarebbe venuto un crampo alla mano destra a furia di tener stretto con virile determinazione il braccio destro di Marcella.
Pagai il parcheggio ed infilai la ragazza in macchina senza una parola.
Le sorrisi: “ Mettiti la cintura di sicurezza, lo so che non lo fai mai, ma qui comando io”
Ancora una volta, obbedì.
“Ora allarga le gambe e metti le mani sotto le cosce”. Obbedì ancora.
Le diedi un pizzico sulla coscia nuda, trasalì, ma non si mosse.
Diedi un forte schiaffo sull’altra coscia, con lo stesso risultato.
Misi in moto, le sorrisi di nuovo e le dissi:
“Benvenuta nella tua nuova vita, sognoverde.”

sabato 6 novembre 2010

Marcella, prima parte

E’ un vero peccato che io non sia un Master fatto e finito, sapete?
Perchè avrei potuto trastullarmi a lungo con Marcella.
Davvero un peccato. Ma, certe cose, dopo un po’ mi vengono a noia e temevo, comunque, di star tirando troppo la corda.
Non partiamo dall’inizio: partiamo dal succo della storia: ho avuto come quasi schiava una stronza masochista che ho potuto punire per i suoi comportamenti balordi inflitti a me ed ad altri poveracci, tutti membri di un’associazione di volontariato. Dico quasi schiava perchè, essendo io stesso più schiavo che switch, non ho potuto spingere il gioco ai livelli di un vero Master.
Per carità di patria sorvoliamo sul nome dell’associazione, serissima ed a livello internazionale, in cui io, Marcella e tanti altri prestavamo la nostra opera gratuita.
Marcella era la bestia nera della sezione locale. Il suo è un carattere impossibile. Vuole sempre averla vinta lei anche oltre l’evidenza, si fa un amico/a del cuore con cui dare battaglia agli altri per poi scaricarlo alla prima divergenza. Siccome davvero ci sa fare, è anche abilissima nel manipolare le circostanze e riesce a far passare gli altri come stronzi. Ma non solo: ha anche la capacità di ricucire i rapporti qualche mese dopo la peggior lite, ovviando così alla banale impossibilità di proseguire con la sua tattica in un ambiente chiuso fatto dalla quindicina di persone membri dell’associazione. Nel giro di un paio d’anni aveva fatto lite con tutti e con tutti era stata intima.
Credo di aver descritto il tipo a sufficienza per potervi consentire di farvi un’idea. Aggiungo anche che è pure una persona civicamente scorretta: parcheggia in divieto di sosta, getta le carte a terra e considera trasmissioni come il grande fratello la summa della cultura umana.
Fisicamente è carina e niente più. Statura media, belle gambe, poco seno ed occhi verdi su capelli castani. In minigonna ti gireresti a guardarla, ordinariamente, no.
Assieme a Marcella avevo avuto la responsabilità di un settore associativo. Dopo un inizio promettente in cui eravamo quasi arrivati a sentirci e/o vederci tutti i giorni, avemmo una feroce lite su una questione di principio, in pratica mi ero rifiutato di consentirle di usare a scopi privati dei mezzi dell’associazione. Purtroppo, coem ho già detto, fu abile a rivoltare la frittata e mi fece comparire agli altri come un fesso ottuso attaccato ai formalismi.
Ci rimasi male, ma, per natura, da un lato me la lego al dito, dall’altro sono incapace di giurare vendetta.
Passò il tempo, più di un anno e raggiungemmo una tregua formale.
Nel frattempo, la vita andava avanti.
Il punto di svolta fu quando si presentò nel mio studio per chiedermi di ripararle il portatile. Non mi occupo più di assistenza spicciola, ma capii subito che sarebbe stato meglio accontentarla perchè....

“ E dai e dai e dai” Marcella era di una petulanza insuperabile da cui non riuscivo a difendermi neppure dietro la pila di carte che ingombrava la mia scrivania, già soffocata da monitors e tastiere. “ Marcella, non è che non voglio e che ora non posso come puoi vedere” “ E dai, tu sei bravissimo, quei cretini del negozio l’ultima volta se lo sono tenuti quasi un mese mentre tu te la cavi in quattro e quattr’otto!” .. e non costo 50€ per ripulirti l’arnese da virus e schifezze varie...
Marcella sfoderò l’arma segreta. In piedi, mi porse la borsa del notebook sbattendo le sopracciglia per evidenziare i suoi occhi verdi, immemore di aver usato in passato quella tattica senza successo dopo la nostra lite.
“Vabbè, lascia tutto e ti faccio sapere. Dentro ci sono tutti i CD?” “Si si, CD, alimentatore, mouse tutto tutto” E se ne andò senza ringraziare.
Mi ritagliai un angolo nella scrivania, sistemai il notebook e lo accesi. Ci mise 4 minuti a partire ed una rapida analisi dei processi mi confermò che era impestato di malaware. In questi casi, mi rifiuto di riparare il sistema, è molto più veloce salvare i dati e formattare. Perchè, poi, una che usa il pc solo per la mail, navigare su facebook e giocare a farmville non usi linux è un mistero...
Lavoro un po’ sul portatile, tanto la procedura di salvataggio su un mio Hard Disk esterno dedicato è automatica. Poi ripristino il sistema ed inizio a riportare le cartelle di Marcella sul Portatile.
Non guardo mai cosa c’è dentro i files delle persone che mi portano un pc da riparare. Per ovvie ragioni, sia legali che di opportunità pratica.
Nè vado a guardare la cronologia dei siti visitati.
Tuttavia, una volta che ho rimesso le cose a posto, provo il notebook: apro un documento a caso, in genere il primo che trovo sul desktop, navigo su internet, pochi minuti di test per verificare che sia tutto ok.
Così, rimasi completamente a bocca aperta quando aprii internet explorer per verificare di aver reimportato i preferiti salvati e mi trovai di fronte ad una sfilza di siti BDSM con link alla pagina utente.
il Nik era unico: sogno_verde.
Non andai oltre, non aprii neppure le pagine. Finii le verifiche, spensi il Computer e mi fermai a riflettere. Sicuramente, quel notebook nascondeva segreti interessanti.
Ma, cercarli, mi sembrava indegno e disgustoso. Ero venuto a sapere qualcosa che non avrei dovuto sapere, certo, per pura dabbenaggina da parte di Marcella, non certo per mia curiosità. Per buona misura formattai più volte il mio hard disk su cui avevo conservato temporaneamente i suoi dati: non volevo cadere in tentezione. Avvertii Marcella che avevo riparato il guasto e decisi di non riaccendere il computer. Il suo. Ma il mio era acceso e la mia curiosità ancora di più.
Avevo le mie precauzioni a tutela della mia privacy ma, pochi secondi dopo, stavo accedendo ai siti in questione e visualizzavo il profilo di ‘sogno_verde’ sulle varie pagine.
L’avatar era una fatina ignuda in 2 delle 3 comunità a cui Marcella si era iscritta. In un’altra era una sua foto in bikini col viso oscurato.
Come città aveva messo il capoluogo di regione, come ruolo: “schiava”.
Passai il resto della mattinata a spulciare i suoi profili, i suoi interventi ( scarni ed insignificanti ) ed i suoi limiti. Il tutto a grave danno della mia produttività.
Secondo quanto scriveva di se, Marcella era una ragazza sognatrice, (si, di fare la tronista ) dolce, sensibile ( come no ), completamente sottomessa nell’animo e desiderosa di incontrare un Master severo e dolce.
Desiderava provare il bondage e praticamente ogni pratica BDSM nota e codificata. Però!
Hai capito “sogno_verde”....
Marcella si presentò in ritardo, non si offrì neppure di pagarmi per il disturbo e mi scroccò anche il caffè nel bar sotto il mio studio.
Per un paio di giorni pensai al da farsi.
Ovviamente, non pensavo a nulla di ricattatorio o di pericoloso per la sua privacy ( anche perchè era bravissima a distruggersela da sola ). Ma stavo pensando all’opportunità di tentare di diventare il suo padrone. Per sport.
Evidentemente, se scrivo queste righe, devo esserci riuscito, quindi non vi affannate a cercare di estrarre il manuale del perfetto seduttore BDSM da quese pagine.
Tuttavia, dovevo comunque chiedere il permesso alla mia teorica Padrona, Camilla. Certo, con Camilla le cose si erano stabilizzate in una routine di saltuari incontri si e no bimestrali, ben lontani dalla fiamma originaria. Avevamo interrotto la relazione pubblica ed il legame tra noi era solo di corde e bacchettate.
Un legame assai lasco ma, tutto sommato, resistente.
Ma, per passare dall’altro lato della barricata ed impossessarmi di Marcella avevo bisogno non tanto del suo consenso formale, ma del suo aiuto, magari solo logistico.
Per farla breve: contattai Camilla e le spiegai la situazione. Ovviamente, durante una sessione che avevo richiesto appositamente: ricordo bene il suo nervoso accavallarsi di gambe mentre esponevo il tutto, nudo, con il culo ben segnato ed in bocca il sapore della sua fica.
Camilla non ne fu entusiasta. E non per gelosia, ma per la preoccupazione che mi cacciassi in un guaio mettendo a rischio la mia privacy. Ma alla fine non solo diede il suo consenso, ma si offrì di imprestarmi l’armamentario necessario.
Partii alla cattura di Marcella: conoscevo bene i suoi gusti e nella corsa partivo tutto sommato avvantaggiato. Per prima cosa creai dei profili ad-hoc, perfettamente compatibili col suo, nei siti che frequentava. Scrissi racconti zuccherosi e svenevoli, poesie banali e scelsi come avatar un guerriero fantsy muscoloso e possente. Particolare decisivo, come città inserii la nostra e non una fittizia.
Poi, la contattai via messaggio e passai un mese a lasciare tracce sul suo cammino.
Sedurla, alla fine, fu più facile che sopportarla nella quotidianità.
Iniziammo virtualmente, via mail, neppure via chat.
I miei ordini erano sempre brevi e semplici e tutti implicavano masturbazione.
Le prove fotografiche furono il passo successivo.
I primi scatti col cellulare erano promettenti: Marcella aveva tette piccole con grossi capezzoli ed una farfallina pelosa che, a rigore, avrebbe dovuto tener glabra.
Nel frattempo, le mails di Marcella contenevano giuramenti di fedeltà ( a cui credevo poco ), desiderio di provare piacere sotto la frusta ( a cui credevo di più ) e dichiarazioni di completa sottomissione.
Occorreva, però, decidere se e come passare al reale.
Del resto, non avevo fretta: ero davvero sicuro di volere che Marcella sapesse di certe mie inclinazioni? Quella era capace di tutto ed era meglio non fidarsi, sarebbe stato necessario prendere precauzioni.
E poi, il fattore cruciale: cosa me ne sarei fatto dopo la prima sessione?
Cioè, sarei stato in grado di gestire una schiava?
Fu dopo quasi 3 mesi di virtuale che, quasi di comune accordo, decidemmo di passare al reale. Ovviamente, fui io stesso a proporre un posto pubblico nel capoluogo di regione, ben lontano dalla nostra città. Speravo che non accettasse e che confessasse di vivere nella mia stessa città, anche perchè Marcella non guida sulle strade exxtraurbane. Invece, accettò. Siccome l’incontro era in un posto pubblico, le concessi di non vestirsi da troia (come da prassi letteraria, ) , ma, nonostante fosse ancora un freddo aprile, le ordinai di presentarsi in gonna sopra il ginocchio e senza calze. Il mio pizzico di sadismo non fu tanto nel vestiario, scelta desolatamente obbligata da parte di un master, ma nell’imporle, come segno di riconoscimento, di portare con se una copia di Lessico Famigliare. Sapevo per certo che, dopo le superiori, non aveva più letto un libro....