giovedì 16 settembre 2010

Il Processo - prima parte

Rifiutare di eseguire un ordine non è mai bello.
Quando ci si sottomette, si decide per l’obbedienza da cui si trae piacere. Disobbedire significa uscire dal gioco. Interrompere la sottomissione.
Non vi sono altre possibilità.
La storia si fa triste ed un po’ lunga, quindi pazientate.
R. disponeva di me completamente.
Quelle sevizie che, all’inizio, sarebbero state la giusta punizione per una mancanza, ora mi erano inflitte all’inizio di ogni sessione come normale parte della mia sottomissione. Mollette, cera, posizioni dolorose e soprattutto almeno una ventina di scudisciate erano il normale companatico di ogni sua visita. Del resto, ormai, ero diventato così attento ed arrendevole che sarebbe stato arduo trovare un motivo di punirmi. Un pomeriggio, dopo avermi usato, mi disse di rivestirmi e preparami: saremmo andati subito da una ‘sua amica’. Non mi aveva dato alcun preavviso durante la sessione, in cui si era limitato a sostituire il mio uso sessuale ad un altro pugno di minuti di sevizie. Coi segni su ginocchia culo e gambe ancora freschi, non fiatai ed in pochi minuti eravamo per strada.
R. si premuni di ricordarmi:” Vedi che la sessione continua, stai zitto e non disturbarmi mentre guido”.
Per la prima volta, mi trovai in sessione fuori dal mio appartamento.
Ma, appunto, l’effetto ‘sottomissione’ non si era interrotto ed ero disposto praticamente a tutto...
Salimmo al primo piano di un condominio di media periferia e venne subito ad aprirci una donna alta e formosa vestita in maniera provocante. Al suo “Ciao” capii che si trattava, in realtà, di un uomo.
R. non fece le presentazioni. Entrò, io lo seguii ma, appena chiusa la porta mi ordinò di spogliarmi. Io non esitai, non a quel punto. L’uomo si presentò da se mentre mi calavo per la seconda volta in poche ore i calzoni. “Ciao, R. mi ha parlato molto di te, io sono Daniela” Al che solo R. mi salvò da rispondere con un “Piacere io sono ...” che sarebbe stato completamente fuori luogo:” Zitta Troia! Tu non hai nome e il mio schiavo neppure!” Scese il silenzio. R. mi legò le mani dietro la schiena e mi imbavagliò col ring gag. La corda, di nuovo tesa sulla pelle da poco stressata dal bondage, fu insolitamente fastidiosa.
Ero nudo, legato, alla mercè di R. e di uno sconosciuto.
R. mi mise anche il collare e mi accompagnò nel piccolo soggiorno tenendomi proprio per il collare senza ricorrere al guinzaglio.
Daniela, che seguiva, commentò:” Che bel culetto! E che bei segni!” “ Troietta” rispose R.” vedi che non sono venuto qui per ascoltarti, stai zitta o ti imbavaglio subito”.
R. mi fece inginocchiare e legò, per buona misura, polsi e caviglie.
Ero muto da quando gli avevo detto:” Buongiorno Padrone” meno di 2 ore prima.
R. mi fissò, come se volesse accertarsi che fossi davvero lì, ancora ai suoi comodi. Non potevo certo rilassarmi, ma un’occhiata a Daniela la diedi. Era, o meglio, più esattamente, sembrava, un femminone dai capelli rossi, in abito lungo con vistoso spacco su coscia ben depilata e senza calze. R. le si avvicinò e l’afferrò per un polso portandola al tavolo. Daniela non si ribellò e seguì docile R., ma disse:” Prima lui!” Prima lui cosa? Pensai io, improvvisamente col cuore in gola. R. disse: “ Già, è vero, prima lui”. Lasciò Daniela che si appoggiò col sedere al tavolo, ci mise mise le mani sopra ed allargò le gambe in modo da far uscire completamente la coscia dal vestito. R. veniva verso di me...


continua

lunedì 13 settembre 2010

quotidianetà

Novembre mostrò i suoi frutti.
All’inizio impercettibilmente, ma, poi, non fu possibile negare il drastico mutamento che la mia riduzione in schiavitù aveva comportato per la mia vita.
Ero diventato molto più produttivo, tanto per cominciare.
Come se l’aver soddisfatto le mie pulsioni di sottomissione avesse sbloccato una parte del mio cervello.
Ero anche un po’ più in forma dato che R. mi aveva imposto di andare in piscina ( ottima copertura per la depilazione integrale ) e mi aveva pure razionato l’alcool.
Ma non uscivo quasi più, se non nel week end.
E svogliatamente.
Francamente, mentre il resto del mondo andava a divertirsi, io avrei voluto starmene in pace a casa da solo, dato che nel resto della settimana o lavoravo, o studiavo o lo prendevo in culo.
Già, perchè lo schema delle sessioni si era spostato da un pomeriggio ( tipicamente la domenica ) a settimana a pillole di mezz’ora - tre quarti d’ora quasi ogni giorno feriale.
R. usciva da lavoro, passava da casa e mi teneva nudo a contorcermi, tra corde e cinghiate, ai suoi piedi.
Fatti i suoi comodi se ne andava lasciandomi al resto della mia vita.
Tuttavia, un Sabato mattina, sul presto, si presentò a casa mia con lo zaiono da sessione completa ed un involto lungo e stretto. Ci voleva poca fantasia per capire che doveva contenere un attrezzo punitivo o di bondage.
La visita era completamente inaspettata ed avevo anche altri programmi per quella mattinata d’autunno insolitamente luminosa: una visita in fumetteria ed un salto al negozietto dove lavoricchiavo aggiustando computers.
Con la porta chiusa alle spalle R. mi disse: “ Ho preso un regalino per le tue chiappette.” Di fornte alla mia espressione perplessa, invece di dare spiegazioni o chiedere se ero disponibile, continuò:” Ancora vestito stai? Ma come ti permetti?” E si avvicinò, minaccioso. Io iniziai immediatamente a calarmi la tuta con cui ero vestito e neppure venti secondi dopo ero nudo ed in ginocchio ai suoi piedi. Nel frattempo R. aveva posato l’involto e stava frugando nello zaino. Io avevo già messo le mani dietro la schiena e non mi era neppure saltato in mente di protestare o comunque di parlare.
Pochi giri di corda e i miei polsi erano inchiodati. Ora, ogni mia remora o velleità di resistenza erano svanite. Ero in suo completo potere.
Eravamo nel corridoio ed R. scartò in fretta l’involto: conteneva uno scudiscio, un oggetto che pensavo più adatto ai cavalli che a me.
“ Da oggi basta con la cinghia, e basta pure con la bacchetta”. Poi spiegò:
“La cinghia è roba da ridere, la bacchetta si rompe, questo, invece “ E lo fece sibilare in aria “ TI rompe. Eh, caro mio, da te voglio sempre di più. “ Una piccola pausa ad effetto “ Ed ho deciso che devi darmi di più”.
Dunque, ero nudo, depilato, inginocchiato ai suoi piedi. Avevo imparato a soddisfarlo sia davanti che da dietro e che due peli sulla coscia sfuggiti al rasoio mi potevano costare venti cinghiate.
“ E quindi ho deciso che devi soffrire di più: ti piace troppo quello che ti faccio, bisogna controbilanciare! Ecco, vedi che ho ragione?” Effettivamente, il suo ‘devi soffire di più’ aveva portato al culmine un’erezione mica da ridere...
“ Ora, bacia il tuo nuovo compagno di giochi” E mi mise sotto il naso lo scudiscio. Ovviamente, eseguii. Aveva un sapore strano, quasi salato.
R. mi prese per i capelli e, sempre in ginocchio, mi portò in soggiorno. No, non mi trascinò per i capelli, semplicemente li teneva e camminava in modo da permettermi di seguirlo. Scomodo ma fattibile.
Mi fece stendere di pancia a terra e disse: “Conta e non sbagliare”.
Il primo colpo mi fece quasi strillare, mi trattenni a stento. Era un dolore mai provato prima, eppure di frustate sul culo ne avevo avute tante...
R. si trattenne da un secondo colpo e non mi ingiunse neppure di contare, cosa che feci con un pugno di secondi di ritardo. Il mio ‘Uno’ suonò come un ‘cento’.
Lo scudiscio si abbattè una seconda volta, con molta meno forza ed il ‘due’ fu pronunciato con maggior compostezza. I colpi seguirono con forza altalenante.
Al ‘sette’, il dolore del primo colpo era ancora la mia maggior sensazione.
L’ottavo fu forte e mi ferì dentro: trovavo ingiusto soffrire così senza neppure il pretesto di una punizione. R. continuò e superò i canonici dieci colpi senza parlare, godendosi, evidentemente, i miei mugolii e gli immancabili contorcimenti del mio corpo nudo.
Io smisi di contare, lui non smise di seviziarmi fino al ventesimo colpo o giù di li.
Ero, ormai coperto di sudore, nonostante non facesse proprio caldo a pancia nuda sul pavimento. Una parte di me sapeva che me l’ero proprio goduta, la fustigazione, dico. Un’altra, avrebbe voluto essere da un’altra parte.
“Non sei neppure capace di contare schiavetto mio, ti tratto troppo bene!” R. tirò fuori dallo zaino il divaricatore: era una sottile sbarra metallica cava ( recuperata da un mobile ikea ) dentro cui era infilato un pezzo di corda. R. legò i due estremi della corda alle caviglie e le mie gambe furono bloccate in posizione aperta. Poi, legò la sbarra ai polsi in uno stretto e scomodo hogtied e, dulcis in fundo, mi mise il ring gag. “Tanto oggi neppure sai parlare”.
A cosa potesse servirgli mettermi un ring gag in quella posizione mi sfuggiva. Ovviamente: io sono lo schiavo e non penso in grande.
Si sedette avanti a me e si tolse le scarpe e le calze.
“Ora facciamo un gioco: tu mi lecchi i piedi mentre ti frusto e meglio me li lecchi e meno ti frusto”
Iniziai a strisciare verso R., lentamente data la posizione. Nel frattempo vedevo di capire come fare, dato il bavaglio, a soddisfare la sua richiesta.
Non ero ancora a portata del piede di R. che già lo scudiscio mi mordeva sulle gambe.
Con la punta della lingua iniziai, piano a leccare, cominciando dal dorso. Purtroppo, la lingua era quasi tutta bloccata dal bavaglio e la mia opera era faticosa e scarsamente efficace. R. non poteva ignorarlo, ma continuava a stimolarmi col terribile scudiscio. Ormai ero certo di avere sulle terga segni che non sarebbero scompersi certo in qualche ora. Ma a chi importava?
Ad R. no di certo e mi accorsi che l’idea d iportare per giorni i segni di possesso di R. mi eccitava.
Mi sforzavo di spinger fuori dal Ring Gag quanta più lingua possibile per leccare meglio. Ero meticoloso e volenteroso e decisi di spostare i miei sforzi:
ero passato a trascinare la lingua tra le dita e lo scudisciare si era fermato.
Forse, avevo trovato il modo di soddisfare R..
L’idea mi venne improvvisa: se ho un ring gag, uso il ring gag:
sollevai un attimo il capo, ritirai la lingua in bocca ed infilai il bavaglio attorno all’alluce di R. Iniziai a muovere piano il capo avanti ed indietro, eseguendo una perfetta fellatio all’alluce.
R. gradì, apprezzò la mia ‘vocazione al pompino’, lasciò cadere lo scudiscio e, dopo un po’, decise che ne aveva abbastanza di preliminari.
Dopo avermi sciolto dall’hogtied, mi aiutò a mettermi in ginocchio, sempre con mani legate dietro la schiena e gambe spalancate dal divaricatore e usò il ring gag che mi aveva imposto in maniera tradizionale.

martedì 7 settembre 2010

Ottobre in rosso... a striscie. Seconda Parte

R. mi scudisciava lentamente. La posizione in cui ero legato, inoltre, iniziava a farmi male. Alternava cinghia a bacchetta: un colpo su una coscia, l’altro su una natica, con calma e forza, prendendo la mira e commentando le striature rosse sulla mia pelle.
R. si stava eccitando, lo sentivo. Ogni colpo era per lui un piacere. “ Ora scommetto che non hai tanto freddo vero?”
Il bruciore della punizione, d’altro canto, mi inebriava, annullandomi sempre più.
Com’è possibile temere tremando la prima cinghiata ed anelare gemendo la trentesima?
“Sai, schiavetto, ti stai comportando troppo bene ultimamente, per fortuna ho fatto in tempo a punirti così il mese scorso sennò...”
Poi, dopo un’ultima bacchettata, sembrò che la fustigazione fosse finita.
Invece R. si era interrotto per infilarmi un qualche dildo nel sedere. Usavamo spesso custodie di sigari: occultabili, dimensionalmente giuste, lavabili. Ormai avevo capito come affrontare la sodomizzazione ed il dildo mi penetrò facilmente e lo accolsi come ulteriore segno di sottomissione. L’unica difficoltà è nel trattenerlo in sede senza espellerlo quando non è trattenuto da apposito bondage... Quindi, R, si spostò davanti a me e mi diede una terribile cinghiata frontale che colpì dall’alto verso il basso chiappa e coscia destra, cinghiata che fu accompagnata dall’inserimento nel ring - gag e nella mia bocca del suo pene ricoperto da un preservativo.
Sfruttando il ring - gag gli era possibile soddisfarsi e frustarmi contemporaneamente.
Sentivo il suo pene muoversi nella mia bocca bloccata in controtempo con le bacchettate.
Ma R. non venne e credo che tutto l’atto sia durato al più una ventina di secondi. Si sfilò dalla mia bocca e tornò dietro di me.
Sfilò il dildo bruscamente facendomi sussultare e lo lasciò cadere a terra.
E mi inculò.
Persi la mia verginità in un gelido pomeriggio d’ottobre, senza preparazione, nè rituale.
R. non era poi tanto diverso da un dildo, fisicamente. Mi teneva per i fianchi e poi anche per il collare.
Io mi sentii precipitare nella più completa sottomissione.
Il dolore, la sete, la stessa eccitazione si sfuocavano nella consapevolezza di non essere più.
Di non essere più altro che non un’estensione di R.
R. aveva spogliato il mio corpo, lo aveva modificato a suo piacere depilandolo e legandolo, ne aveva piegato la volontà con la frusta e godeva dei frutti delle sue fatiche.
Quando ebbe finito i suoi comodi fu spietato. Mi slegò e sbendò, togliendomi le mollette ma lasciandomi il ring gag.
La sofferenza prese il sopravvento sul resto, ma R. mi fece inginocchiare di fronte alla sedia su cui si era accomodato. “ Sei stato bravo. Per premio fatti una sega, devi festeggiare la tua rinascita”. Ma non era cosa. Mi sentivo svuotato, stremato e tutt’altro che eccitato. Iniziai a toccarmi, senza convinzione. “ Sei proprio un ingrato, schiavetto: ma come, invece di punirti ti risparmio qualche frustata della tua razione di oggi e poi non sei manco capace di farti una pippa? Per prima cosa, raddrizzati la schiena!” Eseguii. “ E allarga le cosce, tanto ormai lo hai capito che devi stare a gambe aperte!” Eseguii di nuovo ed, effettivamente, l’azione autoritaria di R. stava facendo i suoi effetti. “Ecco, bravo schiavetto, nudo, in ginocchio, fresco di inculata e di spompinamento, con taaante striscie rosse su culo e cosce, stai proprio bene, manca qualcosa, ah, ecco” E mi rimise le mollette sui capezzoli. Quindi, venni.
“Adesso devo andare, ma credo siamo d’accordo che daoggi potremo spassarcela così tutti i giorni.”
Si alzò e se ne andò.
Rimasi nudo nella stanza.
Mi alzai, mi tolsi le mollette, pulii il pavimento e rimisi un po’ di ordine. Poi andai in bagno a guardarmi.
Effettivamente, con ring gag, collare e striscie rosse dappertutto sul mio corpo glabro e tonico, stavo benissimo.

domenica 5 settembre 2010

Ottobre in rosso... a striscie. Prima Parte

Ottobre fu gelido.
R. era pragmatico ma anche intransigente.
Lo attendevo di lì a breve e stavo controllando che fosse tutto in ordine. Certo, era un pomeriggio feriale ed il Padrone si sarebbe trattenuto poco, dato che proveniva direttamente da lavoro, ma, minisessione o no, sempre sessione era.
In pantofole e calzettoni pesanti, guardavo le mie gambe nude e glabre per la recente depilazione ormai ricoperte di pelle d’oca per il freddo, che spuntavano da sotto camicia e maglione. “Va bene che fa freddo, quindi copriti pure il pancino, ma le cosce e le chiappe le voglio sempre nude prima della sessione”.
L’attrezzatura necessaria era sul tavolo: una cinghia, una catena con moschettoni, la ring-gag ( che tenevo ordinariamente smontata ), il collare, una bacchetta ed alcune matasse di corda. La maggior parte delle attrezzature le aveva R., ma non le portava con se al lavoro e per queste minisessioni punitive non era necessaria. Dopotutto, lo scopo di questi brevi incontri era farmi scontare a rate una dura punizione giustamente inflittami appena dopo il consolidamento del nostro rapporto Padrone schiavo.
Intanto, sentivo il freddo penetrarmi come un dildo sotto il maglione.
Avevo provato a suggerire che avrei potuto spogliarmi completamente solo qualche minuto prima della sessione ma, in cambio, avevo ottenuto solo un supplemento di pena che non avevo ancora iniziato a scontare.
R. arrivò con un po’ di ritardo, di cattivo umore: entro una certa ora doveva essere altrove ed ogni minuto di ritardo significava un minuto di piacere in meno.
Ormai, i rituali ed i tempi erano consolidati e feci del mio meglio.
R. non voleva trovarmi già nudo, voleva verificare che facessi come lui voleva. Quindi mi ispezionò accuratamente, criticò la depilazione delle gambe, programmò a breve la manutenzione di quella delle parti intime, mi mise il collare e mi fece togliere maglione e camicia: applicò due mollette ai capezzoli e mi fece rimettere il maglione che era di lana e mi pizzicava la pelle senza la camicia.
Mi fece togliere le calze e mi accompagnò al supplizio.
La posizione che scelse per la punizione non era scomodissima e stava diventando una specie di standard nelle sessioni.
Mi faceva inginocchiare di fronte ad una sedia, con le cosce aperte ed attaccate alle gambe anteriori, gli avambracci sul sedile coi polsi in corrispondenza dello schienale ed il collo sullo schienale.
Poi, pian piano, servendosi delle corde, mi immobilizzò leganfomi alla sedia:
le cosce le legò alle gambe anteriori in due punti, i polsi allo schienale ed anche il collare fu collegato alla cima dello schienale in modo che tutta la testa fosse rivolta verso l’alto sopra la sedia. Così, cosce e natiche erano accessibili da dietro, la bocca davanti, quest’ultimo particolare non trascurabile dato che, a completamento dei lavori, mi imbavagliò col ring gag.
Sarei ingiusto se non confessassi che quest’oggetto era stato oggetto di una mia precisa supplica: dato che dovevo soddisfare R. tanto valeva che lo facessi nel modo più gratificante e facile anche per me e quell’oggetto mi facilitava davvero il compito sia meccanicamente che psicologicamente: quando il cinturino si chiuse dietro la nuca, mi sentii completamente alla mercè di R. e, come sempre accadeva, ogni ansia cessò sostituita dall’attesa dell’inevitabile.
R. mi bendò, poi si chinò alle mie spalle, incatenò le caviglie ed andò in bagno a lavarsi anche se restava poco tempo.
Per fortuna, la testa era costretta verso l’alto, altrimenti avrei inondato di saliva il pavimento.
R. tornò e, senza dire una parola, iniziò a lavorare di cinghia sulle mie cosce e sulle chiappe.
Se il tuo Padrone è deciso a farti soffrire, anche 10 colpi possono essere insopportabili, ma io dovevo espiarne 50 e ben presto mi ricoprii di sudore ed iniziai a gemere sotto la punizione.
Che importanza aveva il perchè?


... segue

mercoledì 1 settembre 2010

Senza se e senza ma - seconda parte

Da quando l’ultimo pezzo di stoffa che mi copriva era stato deposto a terra erano passati non più di dieci minuti di pura sofferenza.
Ogni goccia di cera bollente, ogni molletta, straziavano più che la carne, la mia volontà.
Di resistere si, ma a cosa?
R. si fermò, mi passò dietro e iniziò a togliere i moschettoni dalle catene. In pochi secondi, con abbondante tintinnio, mi trovai libero salvo che per il collare ed il guinzaglio. Con cui iniziò a tirare facendomi capire che dovevo alzarmi in piedi. Fu molto doloroso, ma anche di gran sollievo per le mie povere articolazioni. Un paio di mollette caddero a terra assieme a tanta cera che si staccava dalla pelle. R. non ci badò.
“Ispezione”. Divaricai le gambe, misi le mani dietro la nuca ed attesi. R. fece un rapido giro attorno a me, si allontanò per prendere qualcosa dal tavolo dall’altro lato della stanza e sentii il suo ritorno con un sibilo ed un atroce dolore alla parte posteriore della coscia destra, seguito da un altro colpo sulla chiappa destra. Mugolai ma rimasi immobile, mentre R. comparve davanti a me con una bacchetta di legno. “Mettiti in posizione corporale”. Mi chinai per afferrare le caviglie coi polsi ma R. iniziò subito a colpirmi il culo con la bacchetta dicendomi con un tono di voce amichevole:” Più giù, chinati di più” E così mi beccai una decina di scudisciate. Che mi portarono ad un livello di eccitazione insolito che, assieme al dolore, mi fece commettere una costosa imprudenza. Infatti, mi scappò:” Si Padrone, sono pronto!” con la voce strozzata. Un’ingenuità da principiante, forse detta anche a bella posta, forse no. R., ovviamente, ne approfittò:” Che fai, parli senza premesso? Per dire pure stupide maialate ? Lo sai che mi da fastidio essere interrotto? E ora mi dovrò interrompere per insegnarti una buona volta che non puoi parlare senza permesso”.
Si allontanò pochi secondi e mi accorsi di desiderare l’imminente punizione.
Mi stavo pentendo della stupida uscita di pochi secondi prima?
No.
Avevo commesso un errore e desideravo la punizione.
Considerando che R. non ci stava andando leggero con le botte anche in caso di mio perfetto comportamento mi preparai al peggio.
Infatti, R. aveva optato per una punizione dolorosa, lenta e lunga. Dopo avermi tolto le mollette, mi fece inginocchiare su una tavoletta da bucato. Provateci. E’ davvero terribile. Mani dietro la nuca, dopo pochi secondi già mi sentivo in agonia con tutto il peso del corpo sulle tibie che premono sui gradoni della tavola. R. si sedette di fronte a me e appoggiò le sue scarpe sulle mie cosce per aumentare il peso e quindi il dolore. R.” Se non sei interrogato, puoi solo pronunciare la safeword, ricordatelo. E oggi domande non te ne farò, stanne certo.” Iniziai a sudare e a respirare irregolarmente, perchè il dolore era davvero tanto.
R. premette le scarpe sulle cosce strappandomi un rantolo mentre mi guardava in faccia. “Ok, per ora basta così, rimettiti come stavi prima” Mi alzai con fatica e con ancora più fatica e senza troppa velocità, mi rimisi a gambe larghe e piegato con le mani sulle caviglie. “Dove eravamo rimasti? Ah, ecco... “
Poco dopo il ronzio di un rasoio, mani che tendono la pelle e l’inequivocabile realtà della depilazione.
“Non ti credere che faccia tutto io eh” - mi disse mentre mi faceva voltare in posizione di ispezione per completare i lavori sull’inguine “ E’ da tanto che volevo depilarti l’uccello e mi voglio togliere questa soddisfazione, però le gambe te le depili da solo, quindi attrezzati”.
La cosa più sorprendente fu l’assoluta assenza di preoccupazioni sulle conseguenze di quello che mi stava capitando. Eppure, l’operazione di depilazione non era certo veloce e se ne andò una mezz’ora in cui a me non veniva in mente nulla mentre ero attraversato da sensazioni di eccitata compiutezza.
Il mio membro depilato era diventato di legno. R. lo usò come manico per farmi nuovamente inginocchiare con le cosce perpendicolari al pavimento, questa volta su un mucchietto di sale grosso. Poi si avvicinò con le corde: capii che lì, sul sale, ci sarei dovuto restare a lungo.
R. ci mise un po’ a legarmi. Le mani dietro al collare coi gomiti in alto ai lati del capo e legati tra loro. Cosce e caviglie unite, collare legato alle caviglie ed alla base delle palle da un’unica corda che mi rendeva doloroso piegarmi in avanti o all’indietro: piegarsi in avanti significava aumentare il peso sulle ginocchia, piegarsi all’indietro significava strizzarmi le palle. Poi, con una corda, mi fece una specie di perizoma che passava tra le natiche e che si biforcava ai lati dei genitali. Quando l’opera fu compiuta ricomparvero nelle mani di R. alcune mollette che applicò sul pene e sui capezzoli. Poi Scomparve dietro di me ed io non ebbi altro da fare che soffrire per almeno due - tre minuti.
Quando lo sentii avvicinarsi alle mie spalle speravo che almeno mi togliesse le mollette, invece si abbassò, mi diede una pacca su una chiappa che mi fece ondeggiare a spese delle palle e poi avvicinò all’ano un freddo dildo ricoperto di un qualche lubrificante.
Mi penetrò piano ma inesorabilmente. Il dildo, non sicuramente un gigante, affondò dentro di me che mi concentravo per non opporgli resistenza. Il perizoma di corda fu usato per mantenerlo bloccato in sede, ma prima R. si premunì di stantuffarlo un po’ dentro di me, tanto per gradire...
Ancor prima di esserlo nei fatti, mi sentivo dentro a sua completa mercè.
R. venne davanti a me. Era nudo e sul pene eretto aveva un preservativo. E disse:”Adesso, sei pronto!”.
Aprii la bocca e non parlai.
La mia prima fellatio si concluse senza vomitare eppure mi sconvolse.
Verso la fine pensavo di non farcela ma mi trovai presto solo con in bocca un sapore che stava sopraffacendo il dolore della posizione, del sale grosso e delle mollette.
Ero schiavo senza se e senza ma, usato e torturato.
R., poi fece la cosa giusta perchè tornò in fretta dal bagno e mi prese a cinghiate a lungo prima di liberarmi le palle dalla corda ed inginocchiarsi dietro di me, al che pensai che avrebbe sostituito il dildo con il suo cazzo.
Ma così non fu. Riprese a stantuffarmi col dildo mentre mi masturbava e non gli costò fatica nè tempo ricompensarmi a dovere.