martedì 31 agosto 2010

Senza se e senza ma - prima parte

Il mio primo giorno da schiavo, schiavo senza se e senza ma, cominciò con un sms di R. contenente solo un indirizzo ed un orario.
Venti minuti a piedi da casa, nel primo pomeriggio.
Non ero mai stato a casa sua, dato che viveva coi suoi.
La mattinata era piena di impegni e questo mi aiutò un poco. Ma solo un poco.
Di fatto, mi ritrovai subito dopo pranzo a decidere in pochi minuti se andare o meno.
Andare o meno al patibolo.
Mi feci una doccia , mi vestii con slip, pantaloni corti, maglietta e sandali e mi incamminai, con la precisa sensazione di avvicinarmi, ad ogni passo, volontariamente, al dolore ed alla degradazione. Ma non nella forma da me provata prima, sentivo come una sensazione di incipiente irreversibilità.
Non era la prima volta che calavo i calzoni di fronte ad R. ma...
Arrivai al portone con 5 minuti di anticipo e mi guardai bene dal citofonare. Quei 5 minuti, furono, tuttavia, lunghissimi. Il cuore mi salì in gola per l’ansia ma non avevo un particolare impulso a scappar via, piuttosto mi sarei voluto liberare semplicemente trovandomi già prostrato sul pavimento. Quando il minuto esatto dell’appuntamento scoccò, citofonai.
Dopo trenta secondi il portone si aprì ed iniziai a salire le scale.
Al terzo piano la porta era aperta su un corridoio buio. Di fronte a me, R. con in mano una cintura. Sorridente.
“Ciao, vieni, entra” _ “ Ciao” , risposi, ed entrai.
“Allora ce l’hai fatta? E’ arrivato il gran giorno?”
“ Già”. Il Gran Giorno?
R. chiuse la porta, prese tranquillo le mie mani e me le posizionò dietro la schiena. Mi mise la cintura al collo, come una cravatta, poi mi guidò, usando la cintura, verso quello che mi parve essere il salone. Visibilmente, tappeto sedie e tavolino eran stati spostati vicino la parete in un angolo liberando gran parte della stanza che ora appariva sbilanciata: da una parte i mobili, nell’angolo opposto solo pavimento e bianchi muri. Mi sfilò la cinghia dal collo e la fece schioccare ai miei piedi come una frusta. Mi eccitai. “Tra poco ci sarò io sotto quel cuoio, lo sento.” Pensai distintamente.
“ Ti ricordi il rituale di svestizione? “ Annuii. Poi, secco: “Spogliati schiavo!”.
R. si sedette e mi piazzai davanti a lui. Mi abbassai i pantaloncini sulle ginocchia, quindi feci lo stesso con gli slip. Mi chinai e mi tolsi i sandali, impacciato dai pantaloni sulle ginocchia. Mi raddrizzai e mi tolsi la maglietta. Mi chinai nuovamente per posare la maglietta sulle scarpe, mi rialzai di nuovo ed iniziai a togliermi i pantaloncini sfilandoli dall’alto verso il basso. Piegai anche i pantaloncini e li misi sulla maglietta, quindi mi inginocchiai allargando le gambe e concludendo mettendo le mani sulle cosce.
R. mi disse “ Metti le mani dietro la schiena e chiudi gli occhi”. Eseguii e sentii R. allontanarsi e riavvicinarsi quasi subito dopo. Il rumore non lasciava dubbi: catene.
R. preferiva le corde sopra tutto, ma usava anche manette e catene, queste ultime con moschettoni per la massima velocità di applicazione. Io, sempre con gli occhi chiusi, sentii i polsi imprigionati da una catena che R. non lasciò troppo lenta, poi sentii che anche le caviglie venivano incatenate con una catena che correva dai polsi alle caviglie.
Apri gli occhi quando R. me lo ordinò.
La posizione iniziava a farsi scomoda e dolorosa, ma R. ancor prima di parlare mi applicò le due solite maledette mollette ai capezzoli. Si alzò e disse:”Sofferenza” Pensavo che si riferisse alle mollette, ma mi sbagliavo. Rapido, mi diede una cinghiata sull’interno coscia destra. La diede forte e mi fece molto male: mi scappò un breve grido e mi sbilanciai contorcendomi ma R. fu implacabile:” Tieni le cosce aperte schiavo, ora ti devo dare un’altra cinghiata sulla coscia sinistra!” Io mi ricomposi subito ed R. mi diede un’altra cinghiata come aveva detto. Fu dolorosa, maero preparato e rimasi fermo e muto. Ed eccitato: già si vedevano le striature materializzarsi sulle cosce.
R., con la sua cintura che sibilava nell’aria, mi girava attorno.
“Guarda che non ho voglia di spiegarti niente e tanto meno di chiederti il permesso di farti qualcosa! I tuoi limiti li conosco, intendo quelli veri, per il resto ti tengo senza bavaglio, per ora, proprio per lasciarti la safeword!”
Giù, un’altra cinghiata.
Più forte.
Mi contorco un po’.
“E ti lascio anche gli occhi aperti, ti devi rendere conto di cosa ti faccio! E pure di cosa ti piace: guardati, hai il cazzo eretto manco ci fosse Betty Page al posto mio!”
Verissimo...
R. mi mette il collare, un collare da cane nero con un guinzaglio metallico che congiunge alle catene che mordono i polsi. Mi costringe a tenere la testa alta, col naso in aria.
Il dolore della posizione iniziava a sovrastare quello delle passate cinghiate, ma non quello delle mollette.
R. ne aggiunse altre sul pene e vedevo una nuova luce sul suo volto, come di soddisfazione ad ogni mia contrazione per il mio dolore.
Poi, fu la volta della cera, sul petto e sulle martoriate cosce.
Un dolore diverso, accompagnato dallo sguardo spietato di R. che mi versava il dolore direttamente sulla pelle.


...continua

mercoledì 25 agosto 2010

tre giorni

L’indomani mi svegliai, nudo nel letto come mi era stato ordinato con pensieri pratici: spesa, università, bolletta da pagare all’ufficio postale e con solo una vaga coscienza dell’accaduto.
Ma non durò.
In coda all’ufficio postale dietro l’università, iniziai a realizzare...
3 giorni di libertà.
E non c’erano mica dubbi su cosa significasse.
La coda scorreva lenta ed io, con il mio bollettino in mano, avanzavo piano nella folla di studenti e pensionati. La settimana successiva sarei tornato a pagare le tasse universitarie. Questo, non sarebbe cambiato, come non sarebbe cambiato l’appuntamento col docente per la tesi. Ma, in mattinata, avevo intenzione di saccheggiare la Feltrinelli, mangiare un panino al volo e passare il pomeriggio da un amico di università per cazzeggiare al computer.
Avrei potuto avere un’altra giornata simile tra tre giorni?
Ovviamente si, dicevo tra me e me dopo aver pagato la bolletta.
Cosa ci sarebbe stato di diverso tra tre giorni?
Mi avviai a piedi verso la Feltrinelli rimuginandoci su. Arrivai in libreria e ricordo che spesi un capitale distraendomi ben bene.
Lo shopping aiuta.
Infatti, all’uscita, con due buste di libri al seguito, le cose mi sembravano semplicissime: non avrei fatto niente che non mi andasse di fare.
Per un po’, praticamente fino a casa, questo pensiero mi cullò, narcotico.
Poi, mentre stavo andando a casa del mio collega di università, mi resi conto che il rpoblema era proprio lì. Solo il giorno prima avevo fatto di mia volontà delle cose che assolutamente mai...
Rimasi poco a casa del mio amico. Ero visibilmente distratto e mi rintanai a casa. Controllai la posta elettronica, zero messaggi, idem sul cellulare. Iniziai a leggere uno dei nuovi libri e riuscii, finalmente, a mettere da parte i pensieri fino all’indomani.
Il mio penultimo giorno di libertà fu trascorso interamente in università a studiare e a salutare amici ed amiche che non vedevo da Luglio. Una giornata piacevole, una giornata normale. A sera mi costrinsi a non controllare la posta elettronica.
Venne il terzo giorno e, la prima cosa che feci, prima ancora di andare in bagno, fu accendere il PC per controllare la posta.
Nessun messaggio.
Tornai in università e feci finta di studiare tutto il tempo. Non capivo o meglio, non distinguevo tra i miei timori.
Che R. stravolgesse la mia quotidianità
Che R. stravolgesse la mia intimità.
Che R le strvolgesse entrambe.
Che io mi sarei tirato indietro.
Che io mi sarei completamente sottomesso.
Nel primo pomeriggio piantai tutto, presi l’autobus e me ne tornai a casa. Salomonicamente, avevo deciso di non decidere nulla e di affidarmi agli eventi. Dopotutto, anche il semplice gesto di prendere l’autobus e di tornare a casa, è una somma di mie precise volontà.
Precise e libere.
Sarà così anche domani. Magari le volontà resteranno precise, ma non saranno più libere.
Ancora niente nella posta elettronica.
L’ultimo giorno tramonta tra film e videogames al pc. Mi addormento leggendo sul mio ultimo giorno di libertà.

richiesta di parlare e confessione

richiesta di parlare.

Normalmente, non è necessario nè opportuno che un Sub parli durante la sessione. A rigor di logica, non è necessario che comunichi nulla, verbalmente, al Top.
Nel caso dello scrivente, inoltre, la sessione inizia con l'imbavagliamento, pertanto , tale rituale è praticamente pleonastico.
E' descritto solo per completezza e non è utilizzabile se non all'inizio della sessione

Rito:

il sub apre completamente la bocca e si prostra al suolo mettendo le membra ad x. Se il Top concede il privilegio di parlare, il sub si inginocchia genuflettendosi e ponendo le mani al suolo davanti a se con le braccia completamente distese, capo chino e parla. Il sub parlerà di se in terza persona.
Se il Top tace per più di trenta secondi o nega esplicitamente in consenso, il sub si rimetterà nella posizione di partenza e non farà altri tentativi di comunicare.


confessione


una variante del precedente rituale, imposto direttamente dal Top, per consentire al sub di confessare errori, omissioni o qualunque difformità commessa rispetto alla volontà del Top Stesso.


Rito:

Il sub apre completamente la bocca e si prostra al suolo sulla schiena mettendo le membra ad x. Il Top benda il sub e ne ascolta le confessioni. Qualora il sub non abbia nulla da confessare resterà immobile a disposizione del Top.

sabato 14 agosto 2010

svestizione

Il rituale di svestizione non è necessario quando il Top è ospitato dal Sub, in tal caso il Sub avrà cura di farsi trovare già completamente nudo.
Il rituale è necessario in quanto la svestizione del Sub non è uno spogliarello erotico, ma solo una procedura che porti in fretta il Sub da una condizione similparitaria con il Top ( il fatto di essere vestito ) ad una di normale asimmetria: Top vestito, Sub nudo.

Rito.

Il Sub si posiziona in piedi di fronte al Top ed inizia a suo comando.
Il Sub si slaccia la cintura, sbottona i pantaloni e li cala sulle cosce. Subito dopo cala le mutande mostrando i genitali al Top.
E' importante mostrare quanto prima al Top le parti intime in modo da alleviare l'inaccettabile condizione di parità data dagli abiti ancora indossati dal Sub.
Quindi, il Sub si china e si slaccia le scarpe, togliendosele e posizionandole a destra.
Sempre chino, con i pantaloni mezzi calati ad impacciarne i movimenti, il Sub si sfila le calze ponendole nelle scarpe.
Il Sub si alza e toglie maglione - camicia - canottiera, piegandoli e posandoli ordinatamente al suolo uno alla volta a sinistra.
Quindi, cala i calzoni contestualmente alle mutande avendo cura di non uscirne, ma di sfilarli da entrambe le gambe.
Piegati gli ultimi indumenti, il Sub si posiziona adeguatamente:
se il Top è in piedi, il Sub, ben dritto con le spalle, allarga le gambe più che può, testa alta, sguardo basso e mette le mani dietro la nuca.
Se il Top è seduto, il Sub si inginocchia, cosce larghe prementi sui polpacci, schiena dritta e mani sulle cosce coi palmi in alto.
Il Sub è pronto.

venerdì 13 agosto 2010

Rituali

Lo scopo del rito è nel consentire al Dominante di verificare constantemente lo stato di sottomissione del sub. E', in altre parole, un utile strumento di controllo.
L'imperfetta esecuzione del rituale implica punizione, questo ognuno lo sa.
La perfetta esecuzione del rituale, di per se generalmente dolorosa, implica normalità.
Conformità al volere del Top.
I rituali di svestizione, ispezione, richiesta, riposo, attesa, supplica, punizione, accettazione, uso ed altri, sono momenti che pregusto fin da ora.

giovedì 5 agosto 2010

Il Mese della muta

Dopo la tradizionale pausa d’Agosto, mi ritrovai nella Città del Nord pieno di dubbi e scelte imminenti.
Per prima cosa la tesi universitaria: ancora un paio di esami e poi l’agognata laurea sarebbe arrivata. E con essa la vera Vita.
Poi, se rimpiazzare o meno il coinquilino con cui avevo diviso l’appartamento fino a poche settimane prima. Il dubbio era dovuto al fatto di aver trovato un lavoretto partime in un negozio di pc con cui arrotondavo il mensile che ricevevo dai miei e quasi quasi avrei potuto pagarmi interamente l’affitto risparmiandomi le consuete scocciature della convivenza.
Così, mentre uscivo dall’università diretto ad una libreria del centro, mi godevo al fine dell’estate con la mente predisposta al futuro, ad un futuro lontano fatto di lavoro e soddisfazioni, ad un futuro prossimo fatto di un anno di vita in casa da solo in una città del Nord. Così, mentre immagini e programmi di cenette tranquille con qualche amichetta sbiadivano nel mio cervello, attraversando la strada mi arrivò un sms. Sul marciapiede presi il cellulare e lessi il messaggio.
Ebbi un piccolo tuffo al cuore.
R.
R. a cui avevo fatto il bidone l’ultima volta.
L’ultima volta che avevamo tentato di programmare una sessione.
L’ultima volta che avrei dovuto inginocchiarmi nudo ai suoi piedi.
R. tecnicamente, era ancora il mio Master.
Dopo che avevo annullato l’ultima sessione, più di un mese prima, i nostri contatti si erano molto diradati fino ad annullarsi durante le vacanze.
R. si era dimostrato un Master capace, severo, e responsabile, ma non interessato a sottomettermi psicologicamente e fisicamente, si accontentava di legarmi ed imbavagliarmi, esperienze sconvolgenti che mi avevano fatto desiderare di proseguire da un lato e mi avevano terrorizzato dall’altro: davvero ero io quella figura nuda che si contorceva sotto la cinghia di R.?
Davvero ero io a desiderare tali perverse pratiche?
Così, forse prendendo a pretesto la dichiarata volontà di R. nel non andare oltre, me l’ero praticamente squagliata.
Quell’sms mi riportava ad una realtà concreta: la mia permanenza nudo, sotto bondage ai piedi di R. in più occasioni.
“Tornato dalle vacanze?Ti va una birra?”
Una birra. Beh, una birra non la si rifiuta mai.
Quella sera stessa, mentre il cielo era ancora chiaro, mi trovai seduto ad un tavolino di un pub affollato e rumoroso.
Faceva abbastanza caldo e la folla si godeva gli ultimi tepori estivi.
Per una mezz’ora, da quando mi aveva prelevato sotto casa, sembrava che R. di tutto volesse parlare salvo che si BDSM. Ci scambiammo notizie sulle ferie e sui programmi per il futuro, commentammo le microgonne di un paio di ragazze sedute a due tavoli di distanza e mi ero completamente rilassato quando R. entrò in argomento. Ma lo fece con naturalezza e serenità tali da non turbarmi più di tanto.
“Pensa se ci portiamo quelle due stasera appresso, ti piacerebbe se ti legassi con loro eh?” “Cazzo altro che,legato assieme a quelle farei di tutto! “ “Eh, magari ci proviamo dopo che ti sarai esercitato un po’... a fare di tutto legato” “ Ah si? e cosa dovrei imparare a fare?” “a fare pompini, a farti scopare e depilare, ad esempio” “ E tu vorresti insegnarmi? Ma se si e no ti va di sculacciarmi?” L’ultima frase mi era scappata ed era fuori luogo, me ne pentii all’istante e, per rimediare: “ O hai cambiato idea e ora ti va?” Poi, come la più sfacciata delle prostitute, aggiunsi:” hai capito di aver voglia di andare al sodo?” In realtà, non pensavo assolutamente di star giocando col fuoco, mi sembrava di essermi adeguato all’atmosfera rilassata della serata. Ridendo e scherzando R. proseguì:” Beh, prima di tutto sei una mia proprietà e... “A queste parole, pronunciate col sorriso e senza alcuna minaccia, mi eccitai all’istante. “ ... mi piacerebbe continuare ad usarti, poi se devo essere sincero un po’ ho davvero cambiato idea” E sorrise. Feci l’errore di considerare il suo sorriso un segnale di informale e continuata giocosità. Finimmo le birre, pagammo e ci dirigemmo verso la sua auto. Era presto, neppure le 22 e pensavo avremmo proseguito altrove la serata, invece ci misi poco a capire che R. stava andando verso casa mia e domandai, ingenuamente:” Beh, che si fa? Vuoi andare a casa?” E lui, di rimando: “No, vorrei anda’ffanculo, il tuo”. Ammutolii. Stavo iniziando a capire che R. intendeva riprendere la relazione BDSM e che non mi ero mostrato proprio contrario al Pub, anzi.
Parcheggiammo piuttosto distanti da casa ed ero ormai rassegnato ad una sessione a sorpresa. Non sapevo che dire: un po’ perchè non avevo il coraggio di inventarmi una balla e rimandare o negarmi, un po’ perchè da sub quale sono, man mano che ci avvicinavamo al possibile luogo del supplizio, entravo sempre più nella mia parte e non mi sentivo di interrogare amabilmente il Master.
Aprii il portone ed R. entrò nel palazzo avviandosi su per le scale mentre io restavo indietro a chiudere. Praticamente lo rincorsi, ma R. era fermo sul pianerottolo davanti alla porta e mi disse, serio:” Mi fai aspettare ancora?” A questo punto ero eccitato ed un po’ timoroso. Aprii la porta, R. entrò e la richiusi, temendo di aver appena chiuso fuori dalla mia vita un po’ di cose che stavo per perdere.
Pensai:” Ora mi fa spogliare e mi prende a cinghiate”. E per un attimo sembrava che le cose stessero per andare così: R. si sedette nell’unica poltrona ed io mi misi davanti a lui, in piedi. Ma R. non ordinò nulla di particolare, neppure di restare in piedi. Non ce n’era bisogno. Disse solo: “ Dove eravamo rimasti? Riprendiamo da lì?”
Così, lo feci.
Mi spogliai di mia volontà, lasciando cadere i vestiti davanti a me e quando fui nudo allargai le gambe e misi le mani dietro la nuca.
Tacendo.
“Ecco, lo so che queste cose ti piacciono “ continuò R. “ e capisco anche di non essere stato troppo sensibile alle esigenze del mio schiavetto, quindi faccio ammenda e prometto che da oggi in poi sarò molto più cattivo con te facendoti tutti quei giochetti che tanto ti fanno arrapare. Ovviamente, in cambio, qualcosina dovrai concedermela. Inginocchiati”,
Con piacere e rapidamente, eseguii.
Mani sulle cosce parallele, scosso dall’adrenalina, mi aspettavo che R. continuasse a descrivere le future pratiche che mi avrebbe inflitto, invece si alzò e mi prese bruscamente per i capelli schiacciandomi praticamente sul pavimento. Io cedetti subito senza spaventarmi, anzi, quasi tranquillizzandomi.
Mi ritrovai ben presto sdraiato sulla schiena, le gambe aperte con R. chino su di me che con al sinistra teneva strette le mie mani sulla testa, con la destra teneva stretto il mio cazzo. Ero completamente soggiogato.
“Fermo immobile” E chi si muoveva...
R. lasciò le mie mani che restarono dove le aveva lasciate e mi diede un robusto buffetto sulla guancia destra che quasi mi sciolse.
Mi torse il capezzolo destro facendo mi male e strappandomi un lamento che ignorò. “ L’addestramento è finito, ora ti voglio usare e ti userò. “ Con la mano destra iniziò a masturbarmi pronunciando la sua sentenza.
“ Da oggi basta limiti, regolette e cazzate del genere, hai la tua safeword e se vuoi usala. La useresti ora? Eh, la useresti?” Io feci di no con la testa. Non mi era mai accaduto niente di simile in vita mia, mi sentivo completamente in suo potere.
“Beh, finchè non la userai io ti farò quello che mi va e tu farai quello che va a me! E non pensare che scherzi. Ora me ne vado, ma torno tra tre giorni e sai perchè torno tra tre giorni? Perchè ti voglio lasciare il tempo di pensare a cosa ti capiterà tra tre giorni.”
Sentivo il piacere che mi raggiungeva piano attraverso le sue mani, assieme al dolore che mi trafiggeva il capezzolo che continuava a tormentare, il pavimento sotto il mio corpo sembrava bollente ed R. di cui mi sentivo un’estensione che continuava:” tra tre giorni finisci di essere libero, diventi mio schiavo davvero, ti depilo tutto, ti insegno a cinghiate a farmi i pompini e a farti inculare come si deve, tanto ti piace e avrai più corde che abiti addosso!” Tra le parole cinghiate e piace venni.
R. Proseguì: “Appunto”
E si pulì la destra sulle mie cosce, si alzò ed andò in bagno a lavarsi le mani. Io restai immobile sul pavimento, sconvolto.
“Ora vatti a lavare e non ti rivestire, vai a dormire nudo stanotte. Ricordatelo. Hai ancora tre giorni di vita normale, poi...”

... continua