giovedì 13 maggio 2010

Camilla, parte 4

La porta si apre, ma Camilla si nasconde nell'ombra dell'ingresso. Entro. La porta si chiude di scatto, in fretta, appena sono entrato.
Camilla è completamente nuda. Polsi e caviglie incatenate, come avrei visto meglio dopo, con una catenella sottile tenuta insieme da piccoli moschettoni e che la costringeva da caviglia a caviglia, da caviglia a collo, da collo a polso, da polso a polso. Si inginocchia ai miei piedi.
Resto di stucco.
Di cosa facesse Camilla quando non ero io a seviziarla non mi curavo affatto. L'avevo lasciata per non dovermi occupare di una mente verso cui non provavo attrazione. Avevo ricavato dalla sua persona un giocattolo sessuale. Del resto non volevo interessarmi. Quella donna nuda ed incatenata mi spaventò. Perchè era nuda ed in catene in un pomeriggio di ottobre in cui non era previsto che ci vedessimo? L'ipotesi più ragionevole, ossia che ci fosse un mio alter ego in carne ed ossa nascosto nell'armadio o su un cornicione, si mistrò ben presto, sfortunatamente, infondata.
Un master serio avrebbe punito la schiava che aveva osato fare una cosa del genere senza permesso nè ordini. Io invece, restai sbigottito dopo aver visto i frutti della mia irresponsabilità. Camilla era più grande di me, una donna adulta. Io feci un passo indietro, quasi sconvolto dalle implicazioni di quella visione. Mi trovai con la schiena alla porta. Parlò lei, prostrandosi, appoggiando la fronte ai miei piedi. Le catene erano coperte dal suo corpo.
"Ti ricordi quando siamo andati a fare shopping a Marzo? Volevi che mi comprassi delle gonne: "Niente più pantaloni", mi dicesti, "mai più. Solo gonne sopra il ginocchio." Io non portavo mai gonne e l'idea di poter indossare solo minigonne mi turbava parecchio. Mi provai la mini jeans scampanata che avevi scelto per me. Non era una supermini, ma le mie gambe sono lunghe e gran parte delle cosce spuntavano dalla stoffa. Mi sentivo in un imbarazzo mostruoso. Tutti avrebbero visto le mie gambe, tutti avrebbero desiderato risalire le cosce, desiderato toccarmi. Mi accorsi di avere Il cuore in gola per l'eccitazione. Entrasti nel camerino dopo che mi ero cambiata e mi facesti sedere sullo strapuntino. " Non accavallare le gambe, non stringere le cosce. Ecco, brava, ti si vedono gli slip". Cosa mi prendeva, non lo so. Per sempre così, per sempre desiderata, pensavo. E mi accorsi delle mie gambe perfette, che avevo nascosto a tutti, a me per prima.
Ti ricordi cosa facemmo dopo? Tornammo a casa, mi fecesti spogliare nuda direttamente nell'ingresso. Mi guidasti in bagno, preparai la vasca e, mentre si riempiva di acqua calda, mi fecesti scivolar dentro. Ti spogliasti anche tu e poco dopo eravamo entrambi in acqua, seduti. All'inizio, sembrava aver dimenticato quella storia che sapeva di schiavitù, della mia schiavitù. Ma, effettivamente, fu solo una mia impressione, una specie di desiderio che volevo riconoscere in una realtà completamente diversa.
Ti alzasti in piedi mentre io ero seduta. Mi prendesti per i capelli facendomi inginocchiare e mi legasti le mani dietro la schiena con la cintura dell'accappatoio. Mi obbligasti a spompinarti e fosti così crudele da venirmi in faccia, eppure fu proprio quella crudeltà gratuita ad eccitarmi. E mi accorsi delle mie labbra, per cui avevo sognato solo baci di principe azzurro.
E poi? Quando feci tardi al lavoro e mi aspettasti sotto casa cinque minuti? Ti ricordi della tavoletta da bucato? Di quella punizione? Lo sai quanto mi hai fatto male? Lo sai quanto mi hai fatto desiderare che mi togliessi da lì per scoparmi? Lo sai quanto ho goduto lì, mentre mi prendevi a cinghiate? Ti ricordi ? Mi avevi messo le mollette sulle tette e le muovevi per farmi ancora più male, ed io diventavo un lago. Ti ricordi?"
La sua voce si era alzata.
Piano, si sollevò, restando in ginocchio. Allargò le gambe e mise le mani sulle cosce in un tintinnio continuo. Sollevò lo sguardo e continuò:" Io devo stare nuda. Io devo stare incatenata.
Tu me l'hai fatto solo capire, ma non sto nuda ed incatenata per te: tu non mi vuoi!"
Si nascose il viso tra le mani e pianse. Mi avvicinai ma mi allontanò. Si accasciò sul pavimento piangendo. Quella donna nuda, incatenata, in lacrime, non era nè eccitante nè piacevole.
Mi inginocchiai ed iniziai ad accarezzarla, paziente ma fermo verso i suoi tentativi di respingermi.
Non parlavo: non c'era nulla che potessi dire. Avevo fatto io quel dolore?
Dopo un po', smise di piangere, ma io non smisi di accarezzarla. "Perdonami" dissi soltanto.
Nel silenzio, rotto solo dal tintinnio di catene, pensavo a cosa fare.
Ricominciare. La tentazione è forte. Ma una parte di me sa che sarebbe la peggiore delle soluzioni: porterebbe solo ad altro dolore.
Andarsene. Un gesto vigliacco, ma che almeno le consentirebbe di riprendersi la vita.
Continuare. Magari... ma, anche se nei dettagli non mi era chiarissimo, in quegli istanti, avevo comunque capito che non ero tagliato per fare il Master. O, almeno, il suo Master. Una schiava è una responsabilità, una responsabilità di cui non ero capace di portare il peso. Non ero capace di darle tutto me stesso. Forse si può avere una relazione puramente sessuale con un'altra persona, ma non a tempo indeterminato. Lo stesso valeva per la nostra relazione fatta di corde e cinghiate. Non era questo il problema, il problema era che io non la volevo: non volevo una relazione con lei. Un favore glie l'avevo fatto, certo: mettere ( letteralmente ) a nudo la sua natura. La scappatoia, ovviamente, mi si presentava davanti neppure troppo complicata: rivoltare la frittata, frustarla e scoparla lì sul momento, passando direttamente dalle carezze alle cinghiate. Poi, si sarebbe visto.

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