giovedì 25 novembre 2010

il concetto di Punizione secondo Angolobuio

Su ordine e concessione di Chi ha Potere su di me, pubblico quanto segue...


Sono uno schiavo.
Sono sottomesso.
Non sono eccessivamente masochista.
Provo piacere nell'essere sottomesso più che dal dolore.
Ma il dolore della sottomissione è una necessità.
Una necessità bilaterale.
I Dominanti, possono essere anche sadici, ossia, gaudenti delle sofferenze che infliggono ai propri sottomessi.
Un sub, pertanto, deve mettere in conto due tipi di sofferenza: quella legata alla disciplina della dominazione e quella legata al sadismo.
Quindi, ecco una prima, cruciale differenza:
il dominante infligge punizioni al proprio sottomesso per correggerne i comportamenti difformi dalla propria volontà: errori nell'eseguire ordini, nella postura, nel parlare, omissioni, insomma, ogni comportamento del sub che si differenzi da quello richiesto dal Top merita una Punizione.
In aggiunta, il Top conserva intatta la facoltà di infliggere sofferenze al proprio sub anche nel caso in cui il comportamento del sub sia del tutto corrispondente alla propria volontà.
I due eventi, tuttavia, è bene che siano ben distinti sia nella mente del Top che in quella del sub. Il sub accetta di essere addestrato a suon di cinghiate, accogliendo la Punizione come un dono. 
Di fatto, lo è: rappresenta l'impegno del Top per la realizzazione dei desideri del sub.
Come sub, mi trovo a mio perfetto agio nudo e legato alla mercè del Top, ma questa condizione può verificarsi solo in seguito al lavoro del Top sul proprio sub: 
lavoro di comprensione, responsabilità, educazione, addestramento. 
Il Top comprende il proprio sub: ne capisce i limiti e le inclinazioni e verifica se è compatibile col proprio piacere.
Il Top ne è responsabile, sia a livello fisico che psicologico e deve salvaguardarne la privacy.
Il Top educa il proprio sub nel senso che tira fuori dal sub quello che il sub è nel profondo.
Il Top addestra, pertanto, il sub a diventare tale. 
Tutto questo, punendolo.
Altri aggettivi non sono necessari: il Top, in base alle circostanze, stabilirà ciò che è meglio per la formazione del legame di Dominazione e Sottomissione. La 'gravità' della colpa del sub non è catalogabile, almeno non nel senso della punizione: non può esistere un 'codice penale' per lo schiavo. 
Che è soggetto all'arbitrio del Top soprattutto quando merita una punizione.
Le modalità di punizione sono le più varie, tuttavia esprimo qui la mia personalissima opinione:
La punizione correttiva ideale è, secondo me, una punizione corporale ben delimitata nello spazio e nel tempo, quantificabile, di cui sono noti i termini, le motivazioni ed i fini.
Le sofferenze del Bondage, quelle posturali e le altre innumerevoli forme di dolore che il Top può infliggere al Sub, sono parte della quotidianità del rapporto di sottomissione: un sub che è nudo, legato in una posizione scomoda, sottoposto a decorazioni con la cera, sodomizzato ecc. prova sicuramente dolore fisico, intenso, diffuso e prolungato. Ma questa non è una condizione di punizione, ma di normale esistenza per il sub!
La Punizione è una sofferenza espiante: non c'è n'è ira n'è dispetto nell'infliggere o ricevere la Punizione. Anzi, idealmente, ritengo che vada inflitta con severità pari alla serenità: senza, si badi bene, abbandonarsi a forme di asetticità di qualunque tipo. La Punizione è una faccenda di corpi e di differenti forme di eccitazione. La mano che brandisce la cinghia e la natica che riceve il colpo formano un legame tra loro che è l'essenza della stessa Punizione.
Il percorso di sottomissione è invariabilmente lungo, difficile e caduco.
Il sub che sbaglia, discostandosi dalla volontà del Top, lo fa per ricevere inconsciamente una punizione? 
Ritengo sia possibile, ma ritengo anche che, col proseguire dell'addestramento, tale comportamento diventi minoritario e tenda a scomparire. Tale supposizione è, tutto sommato logica: man mano che l'addestramento prosegue, aumenta la consapevolezza e la sottomissione si materializza nella realizzazione dei desideri del Top.
Da questi ragionamenti, sembrerebbe che l'incastro perfetto sia tra un Top Sadico ed un sub masochista. Tuttavia,ritengo che un sub abbia il preciso dovere di accettare anche le sevizie che il Top vorrà infliggergli per soddisfare il proprio sadismo ben al di là di un "minimo sindacale".
Di suo, il Top ha una responsabilità maggiore, non solo nella materiale esecuzione della Punizione, ma, ritengo, soprattutto nella consapevolezza delle condizioni al contorno in cui vive il sub, in modo da scindere le necessità Punitive, intese come necessità per la riuscita del rapporto D/s, dalle circostanze avverse.
Che non mancano mai.

Angolobuio.

domenica 21 novembre 2010

Marcella, quarta parte

Se le gambe tremavano a me, salendo le scale del mio piccolo appartamento, figuriamoci a lei.
Più per scaramanzia che per effettiva speranza, avevo preparato una mini scena:
La mia poltrona preferita, una sedia senza schienale tipo ikea piuttosto alta con un cuscino sopra, un tavolino coi miei pochi arnesi, coperti da un lenzuolo. A portata di mano, sulla poltrona, una benda e dei pezzi di corda da mezzo metro. Tutte le finestre erano chiuse.
Appena entrati in casa, presi Marcella per il braccio  e la portai nella stanza. La lasciai davanti la poltrona e mi accomodai.
“Indossa la tua pelle e bada bene di guardarmi sempre negli occhi. Inizia dalla gonna!”
Arrossì ed il suo rossore crebbe mentre si toglieva gli abiti ed il suo corpo emergeva dalla stoffa. Obbedì alla lettera e lessi desiderio nei suoi occhi. Appena fu nuda mi alzai di scatto e la raggiunsi accompagnando le parole ai gesti:
“Mani dietro la nuca  e ancora non hai capito che devi tenere le gambe larghe!”
Le diedi uno schiaffo su una coscia e le strizzai con forza un capezzolo:” Poche tette, tanto capezzolo, si vede che sei fatta per le mollette!” Le sfuggì un “Si”. Sempre di fronte a lei, che ora era ben ritta, le mani dietro la nuca, gambe aperte e mi guardava in deliquio, le afferrai anche l’altro capezzolo, strizzando e tirando: “Si cosa?” “Si, Padrone, sono fatta per le mollette”. “ Presuntuosa! Bene, ora fatti osservare un po’.” Mi sedetti sulla poltrona, tremante. Ero eccitatissimo e stavo esaurendo le idee.
Marcella si confermava una ragazza carina, ma certamente non una modella. Ma, i tradizionali parametri di bellezza non contano un fico secco nel BDSM. Di fronte a me c’era una donna che stava scegliendo per se la sottomissione ed assumeva, ai miei occhi, una bellezza di sconvolgente sensualità, anche se non era certo una perfetta tettona, anche se la cellulite sulle cosce iniziava a farsi vedere. Era una donna che si era denudata per essere libera di appartenere, non ad un nuovo Amore, ma ad un Padrone.
“Voltati.” Avevo deciso di non esprimere ulteriori apprezzamenti.
“Afferrati le caviglie, si, così”
Si era piegata in avanti ed il suo viso spuntava tra il sesso e le cosce.
“Ora allargati le chiappe con le mani e guardami. Visto che sei comoda eccoti le regolette di base: tu non sei niente fuori da questa stanza. Esisti solo quando indossi solo la tua pelle.
Esisti per soffrire immobilizzata come e quando e quanto deciderò io, è chiaro?”
“Si Padrone: esisto solo per soffrire...” La interruppi: “ Lo so già per cosa esisti, sogno verde! Al di fuori di questa stanza, i nostri rapporti continueranno come prima per il grande pubblico. Ho molto da lavorare per trasformarti in una schiava capace di soddisfarmi al  di là dei tuoi buchi, ma ci arriveremo. Intanto, eccetto capelli, ciglia e sopracciglia tu non hai il diritto di avere peli: vedi di farli sparire tutti quanto prima oppure provvederò io a strapparteli uno ad uno. Poi, i pantaloni i jeans e tutti gli altri abiti maschili mettili in naftalina o regalali al prete: le donne hanno il diritto di vestirsi come gli pare, le schiave no. Guarda che dico sul serio: mi offrirai un caffè uno di questi giorni e verrò ad ispezionarti l’armadio e spero di trovare solo gonne e minigonne.
Nulla in contrario, vero?”
“ No Padrone.”
“Bene. Ora credo che ascolterò la tua supplica.”
Marcella si voltò e si inginocchiò con grazia nella più perfetta delle posizioni Nadu. Io avevo crudelmente atteso il momento in cui le sue mani si erano posate con le palme alte sulle cosce larghe per dire, beffardo:” Ma brava, fai tutto tu? Ti ho detto di supplicarmi, non di inginocchiarti! E’ meglio se ti stai zitta e rimandiamo la supplica alla prossima volta! Ora abbiamo altre urgenze, Alzati!” Si alzò, mortificata. La condussi alla sedia. La bendai. Iniziai a legarla ed a prepararla: Mani dietro la schiena collegate ad un collare da cane. Poi, le mollette: solo due, abbastanza dure, sui capezzoli, messe parallele in modo che non si staccassero quando avrei messo il suo petto sulla sedia. Sussultò appena. Con la punta delle dita mi soffermai a pizzicarle il seno. Marcella iniziò ad ansimare. Era eccitatissima anche lei.
Ora, veniva il difficile: legarla alla sedia in modo che il suo sesso fosse disponibile per il gran finale.
Mi aiutai col cuscino e per fortuna la sedia sembrava fatta a posta.
Legai le caviglie alle gambe della sedia, mente dall’altro lato alle gambe legai il collare. Non era proprio immobilizzata, ma, prima ancora che il pensiero, decisero le mie mani. Mi spogliai, in fretta, con le mani tremanti mi infilai il preservativo. Le palpai il culo e le cosce, fino ad arrivare alla fica bagnata. Feci un passo indietro, presi la cinghia, la piegai in due e cominciai.
“Adesso “ - cinghiata - “ Puoi “ cinghiata - “pronunciare“ - cinghiata - “ la tua “ cinghiata - “Supplica “ - cinghiata. Marcella pareva ricevere una masturbazione invece che una fustigazione e la sua supplica non fu un gran che: “ Padrone “ cinghiata - “ la prego“ - cinghiata - “ di tenermi “ cinghiata - “ in schiavitù“ - cinghiata - “ per sempre “ cinghiata - “ La prego di frustarmi“ - cinghiata - “ incularmi “ cinghiata - “ legarmi “ - cinghiata - “ fottermi “ cinghiata - “come le va “ - cinghiata - “la supplicoo  “ cinghiata. Ormai il sedere era ben striato di rosso, dato che non mi ero risparmiato. 
Era tempo. La cinghia mi cadde di mano. Mi avvicinai a lei, ancora, poi ancora.
Mi aiutai con una mano, la penetrai, poi con la destra la tenni dal collare, con la sinistra la schiaffeggiavo ritmicamente in controtempo rispetto ai colpi che le davo.
Venne quasi subito, sopraffatta dall’accumularsi di eccitazione.
Io la seguii poco dopo.
Un pezzo di me avrebbe voluto slegarla, abbracciarla, piangere con lei, baciarla e ringraziarla. Dirle che il passato era perdonato, che il presente era l’unica cosa che contasse.
La mia parte schiava. Mi staccai da lei, che tremava nuda, segnata, in mio potere. Mi rivestii con calma e solo dopo iniziai a slegarla lentamente. Non le tolsi la benda nè le mollette.
Quando fu libera, la aiutai a solleversi, le feci bere un bicchier d’acqua, poi la rimisi in ginocchio davanti alla poltrona.
“Marcella, questo è solo l’inizio. Ora puoi parlare liberamente e dirmi se desideri davvero continuare.”
“ Padrone...” Tacque. Mi alzai, le tolsi la benda e mi risedetti.
I suoi occhi sembravano trasfigurati, arrossati e dilatati.
“Marcella, le vedi le mollette sui tuoi capezzoli?” “Si padrone” “ Non te le ho tolte perchè desidero che tu soffra anche se ti sei completamente data a me. Ti è chiaro a cosa vai incontro?”
“Si Padrone. Padrone, desidero continuare e la prego di essere spietato con me, sono una persona cattiva e devo essere punita” Mhmm, stavamo andando troppo in là.
Mi alzai, le tolsi le mollette causandole il naturale soprassalto di sofferenza e le dissi: “Bene Marcella, iniziamo un periodo di prova, se le cose andranno bene avrai un collare vero, ora rivestiti e vattene, ti chiamo io”.
Sospirò, si alzò piano, si rivestì nella mia apparente indifferenza e quando fu pronta, indecisa se andar via o dire qualcos’altro, le tirai in faccia i suoi slip rossi:” Ti stavi dimenticando questi! Coraggio, mettili!” Marcella, esausta da quest’ultima crudeltà, si chinò, raccolse da terra le mutandine, si sollevò la gonna e si reinfilò il piccolo pezzo di stoffa.
“Padrone? “ 
“ Si?” 
“ Grazie. “
“Grazie a te, sogno verde. A presto”.
Si voltò ed uscì in silenzio dall’appartamento.
Purtroppo, le mie fatiche della giornata erano ben lungi dall’essere terminate. 
Camilla, infatti, aveva richiesto un dettagliato resoconto. La chiamai mentre Marcella ancora scendeva le scale.
“No, non dirmi nulla, vengo da te e non toccare niente, voglio vedere come te la sei cavata!”
Ingenuamente, mi sedetti sulla poltrona a bere anch’io un po’ d’acqua ed iniziai a fantasticare sul seguito...
Camilla si presentò appena dieci minuti dopo che Marcella era andata via. Non avevo toccato niente, come mi aveva chiesto.
Ispezionò la scena con curiosità: la cinghia sul pavimento, i pezzi di corda, la sedia, la poltrona...
“Lo sai che è un peccato rimettere a posto subito questo bel disordine? Che ne dici? ”
Non potevo oppormi, non ci pensavo neppure.
“Fai esattamente quello che hai fatto fare a lei!”
Mi spogliai, mi misi a carponi sulla sedia col cuscino sotto la pancia e misi le mani dietro la schiena.
“Ora, piccolo padroncino in erba, raccontami tutto, anzi, sai cosa ti dico? Ora facciamo una bella ripetizione....”
La cinghia sibilò di nuovo...

martedì 16 novembre 2010

Marcella, terza parte

“Chinati un po’..... Brava: ora, finchè non arriviamo, voglio che tu tenga ben affondate nelle cosce le tue unghiette, voglio vedere i segni! E voglio anche che rifletti su quello che ti sta per accadere: ripeti ad alta voce: “ Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata”

Incredibilmente, per me, Marcella si chinò quel tanto che bastava per consentirle di afferrarsi le cosce da sotto con le sue stesse mani. Diedi uno sguardo veloce ma ci misi un attimo a capire che dovevo fermarmi ed ammirare lo spettacolo.

Le gambe bianche di Marcella erano spalancate e le dita  spuntavano dal sedile dell’auto per conficcarsi nell’interno coscia. Il cuore prese a battermi forte quando Marcella iniziò il suo mantra: “ Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata, Sto andando a farmi prendere a cinghiate, spero tanto di essere inculata...
Mi eccitava quella sottomissione da bambola, meccanica.
Ripartii.
Dopo neppure cinque minuti, la cantilena aveva iniziato ad annoiarmi. Ormai sulla strada, le chiesi: “Dove hai la macchina?” “Alla Stazione, Padrone” Padrone.
Una ragazza mi aveva appena chiamato Padrone.
Non poteva essere. “ Mani sotto le cosce che terrai ben larghe, raccontami un po’ di come hai perso la verginità”
“Avevo 15 anni, al campo estivo dell’Azione Cattolica. L’ho persa nel magazzino, con un ragazzo di un’altra città”. Esitò, poi continuò:” Accadde a metà campeggio, lui si chiamava Antonio, era bellissimo e molto muscoloso. Gli ero andata dietro fin dal primo giorno, la prima volta che ci appartammo mi mise subito le mani addosso e glie lo lasciai fare, poi..”
La interruppi:” Non mi interessano i tuoi calori giovanili, ti ho chiesto una cosa precisa!”
“Scusi Padrone, dicevo che mi portò nel magazzino, in un sottoscala. Mi fece togliere i pantaloncini e gli slip, poi mi fece sdraiare sul pavimento. Ricordo ancora il sedere...” La interruppi di nuovo:” Il culo, schiava, il culo: tra di noi non ci formalizziamo: non diciamo sodomizzare ma inculare, non diciamo rapporto orale, ma pompino, intesi? Lo sai che le parole sono importanti, no?” “ Mi scusi ancora, Padrone. Ha ragione: il culo sul pavimento freddo mi eccitò, spalancai le gambe senza che lui me lo chiedesse. Si eccitò subito anche lui che saltò ogni preliminare. E mi fece tanto male.” Pausa. “ Mi fece tanto male e mi piacque tanto “.
“Davvero? Allora ti faccio un regalo: ora allunga il collo in avanti e tieni la testa bassa, con lo sguardo un po’ a destra. Perfetto, così. Chiudi gli occhi. Allora, tra poco, senza preavviso, ti darò un manrovescio. Dopo che te lo avrò dato, riapri gli occhi e mi ringrazi. Ti concedo di chiedermene altri se ne vorrai.”
Mi concentrai sulla guida, avevo bisogno di controllare l’adrenalina e l’erezione che mi stavano sopraffacendo. Mancava ancora un po’ per arrivare a casa, ma se avessi potuto, avrei fermato la macchina e avrei banalmente scopato quella ragazza nel più tradizionale dei modi pur di dar pace ai miei sensi.
Nel frattempo, Marcella stava in posizione, in attesa.
Feci passare almeno dieci minuti di silenzio, poi le mollai il ceffone, con la destra, direttamente tra un cambio di marcia e l’altro.
Ovviamente, non molto forte.
Per la prima volta in vita mia avevo picchiato una donna.
L’avevo fatto con determinata premeditazione e senza alcuna ragione. In apparenza, per stabilire delle regole, ma sapevo che avevo solo esercitato una violenza gratuita, una capacità di violenza che scoprivo esistere in me completa come se l’avessi esercitata e coltivata da anni.
Marcella si voltò verso di me e parlò: ”Grazie, Padrone, per favore può darmi un altro ceffone?”
“No: aspetterai che arriviamo alla tua auto, voglio dartene uno guardandoti in faccia”
“ Grazie, Padrone, aspetterò “
Attese poco: il viaggio volgeva al termine, parcheggiai vicino alla macchina di Marcella ma non la feci scendere subito.
“Dammi gli slip” Marcella, si trattenne a stento dal sorridere, ma io me ne accorsi. Si sollevò sul sedile appoggiandosi allo schienale e si tirò via gli slip sollevando ancora un po’ la gonna sulle cosce, ancora segnate dalle sue unghie.
Lingerie dozzinale, rossa. Bagnata.
Con quella stoffa nella mano destra, guardai in faccia Marcella, che sembrava il gatto che aveva appena mangiato il topo. Con la sinistra, rapidissimo, le diedi un ceffone ben più forte del precedente sull’altra guancia.
Marcella non fiatò, divenne rossa in viso e le lacrime le annebbiarono gli occhi verdi, ma si riprese subito e disse ancora, con una voce impastata non so più neppure io se per l’eccitazione, la rabbia o il semplice sforzo di trattenere le lacrime: “Grazie di nuovo, Padrone”.
“Ora mettiti in macchina e seguimi a casa”

venerdì 12 novembre 2010

Marcella, seconda parte

Ci tenevo a far si che, fino all’ultimo, Marcella fosse sicura di incontrare uno sconosciuto ed avevo curato i dettagli dell’incontro che, eravamo d’accordo, sarebbe stato un semplice caffè in pubblico.
Per il gran giorno mi tenni il pomeriggio libero ed affrontai il viaggio con quella che comunemente si dice “ Trepidante eccitazione”. Che, dopo pochi minuti, diventò strizza:
ma che cavolo stavo facendo? Marcella a quattro zampe ai miei piedi? No, non poteva essere! E se mi fossi messo nei guai?
Insomma, per una buona mezz’ora, mi trovai a fare i conti con dubbi mica da poco. Non sembrava più tanto divertente. E neppure eccitante.
Ma, si sa, Satana ottiene il suo massimo risultato quando ci costringe a non fare nè il nostro dovere nè quello che davvero ci piace: ed io avrei dovuto lasciar perdere quest’insana impresa e sarei dovuto correre dalla mia Padrona, dato che è quello che davvero mi piace fare...
Parcheggiai in un autosilo a poca distanza dal luogo dell’appuntamento, una piazzetta tranquilla piena di panchine.
Lei era seduta, di spalle, sola su una panchina. Sembrava un’impiegata in pausa, con quel libro in mano.
Il libro mi diede forza: lei non l’aveva mai letto, io si. Quel libro fu per me la chiave del momento. Feci un bel respiro e mi avventai sul marciapiede che conduceva alle panchine, rallentando dopo lo slancio iniziale.
Lei guardava dal lato sbagliato, mi sedetti senza di re una parola ed allungai la mano direttamente sulla sua coscia sinistra, che spuntava per metò da sotto il tailleur dozzinale.
Si voltò di scatto, scostandosi e trasalendo per la sorpresa: doveva, ovviamente, essere tesissima!
“Brava, non hai le calze: è un buon inzio”. Dissi con voce piatta.
Sgranò gli occhi, lasciò cadere il libro per terra e si allontanò di un palmo:” TU!, sei TU! Non è possibile, ma... mi hai spiato!”... Mhmm, troppo in fretta...
“Per prima cosa, schiava, mi dai del Lei. Poi non ho frugato nulla, se tu che volevi che sapessi, altrimenti non avresti lasciato quei siti tra i preferiti, no? O sei stupida fino a questo punto? “ Restò muta, disorientata, ma dovevo battere il ferro finchè era caldo: e non mi riferisco alla sua vulnerabilità, ma alla mia capacità di mostrarmi deciso ed arrogante: non sarei durato a lungo. “ No, non sei stupida da lasciare tra i preferiti quelle cose se non per un tuo scopo preciso: avevi voglia di trovare un padrone e hai pensato a me: l’hai architettata bene la storia, ecco perchè hai portato il gioco fino a vederci qui invece che nella nostra città: sei stata brava, ora hai quello che volevi e te ne farò pentire! Raccogli subito il libro, non è lui che deve stare ai miei piedi!”
Obbedì.
La presi per il braccio sinistro, non per la mano e la portai via dalla panchina. “Dove hai la macchina?” “Non ce l’ho, sono venuta in autobus” Vuoi vedere che... Che davvero avevo indovinato? Decisi di stare al gioco. “ Allora, sogno verde, ora ce ne torniamo a casa. Tanto le presentazioni le abbiamo già fatte: guai a te se apri bocca senza il mio permesso”.
Per fortuna l’autosilo non era lontano, altrimenti mi sarebbe venuto un crampo alla mano destra a furia di tener stretto con virile determinazione il braccio destro di Marcella.
Pagai il parcheggio ed infilai la ragazza in macchina senza una parola.
Le sorrisi: “ Mettiti la cintura di sicurezza, lo so che non lo fai mai, ma qui comando io”
Ancora una volta, obbedì.
“Ora allarga le gambe e metti le mani sotto le cosce”. Obbedì ancora.
Le diedi un pizzico sulla coscia nuda, trasalì, ma non si mosse.
Diedi un forte schiaffo sull’altra coscia, con lo stesso risultato.
Misi in moto, le sorrisi di nuovo e le dissi:
“Benvenuta nella tua nuova vita, sognoverde.”

sabato 6 novembre 2010

Marcella, prima parte

E’ un vero peccato che io non sia un Master fatto e finito, sapete?
Perchè avrei potuto trastullarmi a lungo con Marcella.
Davvero un peccato. Ma, certe cose, dopo un po’ mi vengono a noia e temevo, comunque, di star tirando troppo la corda.
Non partiamo dall’inizio: partiamo dal succo della storia: ho avuto come quasi schiava una stronza masochista che ho potuto punire per i suoi comportamenti balordi inflitti a me ed ad altri poveracci, tutti membri di un’associazione di volontariato. Dico quasi schiava perchè, essendo io stesso più schiavo che switch, non ho potuto spingere il gioco ai livelli di un vero Master.
Per carità di patria sorvoliamo sul nome dell’associazione, serissima ed a livello internazionale, in cui io, Marcella e tanti altri prestavamo la nostra opera gratuita.
Marcella era la bestia nera della sezione locale. Il suo è un carattere impossibile. Vuole sempre averla vinta lei anche oltre l’evidenza, si fa un amico/a del cuore con cui dare battaglia agli altri per poi scaricarlo alla prima divergenza. Siccome davvero ci sa fare, è anche abilissima nel manipolare le circostanze e riesce a far passare gli altri come stronzi. Ma non solo: ha anche la capacità di ricucire i rapporti qualche mese dopo la peggior lite, ovviando così alla banale impossibilità di proseguire con la sua tattica in un ambiente chiuso fatto dalla quindicina di persone membri dell’associazione. Nel giro di un paio d’anni aveva fatto lite con tutti e con tutti era stata intima.
Credo di aver descritto il tipo a sufficienza per potervi consentire di farvi un’idea. Aggiungo anche che è pure una persona civicamente scorretta: parcheggia in divieto di sosta, getta le carte a terra e considera trasmissioni come il grande fratello la summa della cultura umana.
Fisicamente è carina e niente più. Statura media, belle gambe, poco seno ed occhi verdi su capelli castani. In minigonna ti gireresti a guardarla, ordinariamente, no.
Assieme a Marcella avevo avuto la responsabilità di un settore associativo. Dopo un inizio promettente in cui eravamo quasi arrivati a sentirci e/o vederci tutti i giorni, avemmo una feroce lite su una questione di principio, in pratica mi ero rifiutato di consentirle di usare a scopi privati dei mezzi dell’associazione. Purtroppo, coem ho già detto, fu abile a rivoltare la frittata e mi fece comparire agli altri come un fesso ottuso attaccato ai formalismi.
Ci rimasi male, ma, per natura, da un lato me la lego al dito, dall’altro sono incapace di giurare vendetta.
Passò il tempo, più di un anno e raggiungemmo una tregua formale.
Nel frattempo, la vita andava avanti.
Il punto di svolta fu quando si presentò nel mio studio per chiedermi di ripararle il portatile. Non mi occupo più di assistenza spicciola, ma capii subito che sarebbe stato meglio accontentarla perchè....

“ E dai e dai e dai” Marcella era di una petulanza insuperabile da cui non riuscivo a difendermi neppure dietro la pila di carte che ingombrava la mia scrivania, già soffocata da monitors e tastiere. “ Marcella, non è che non voglio e che ora non posso come puoi vedere” “ E dai, tu sei bravissimo, quei cretini del negozio l’ultima volta se lo sono tenuti quasi un mese mentre tu te la cavi in quattro e quattr’otto!” .. e non costo 50€ per ripulirti l’arnese da virus e schifezze varie...
Marcella sfoderò l’arma segreta. In piedi, mi porse la borsa del notebook sbattendo le sopracciglia per evidenziare i suoi occhi verdi, immemore di aver usato in passato quella tattica senza successo dopo la nostra lite.
“Vabbè, lascia tutto e ti faccio sapere. Dentro ci sono tutti i CD?” “Si si, CD, alimentatore, mouse tutto tutto” E se ne andò senza ringraziare.
Mi ritagliai un angolo nella scrivania, sistemai il notebook e lo accesi. Ci mise 4 minuti a partire ed una rapida analisi dei processi mi confermò che era impestato di malaware. In questi casi, mi rifiuto di riparare il sistema, è molto più veloce salvare i dati e formattare. Perchè, poi, una che usa il pc solo per la mail, navigare su facebook e giocare a farmville non usi linux è un mistero...
Lavoro un po’ sul portatile, tanto la procedura di salvataggio su un mio Hard Disk esterno dedicato è automatica. Poi ripristino il sistema ed inizio a riportare le cartelle di Marcella sul Portatile.
Non guardo mai cosa c’è dentro i files delle persone che mi portano un pc da riparare. Per ovvie ragioni, sia legali che di opportunità pratica.
Nè vado a guardare la cronologia dei siti visitati.
Tuttavia, una volta che ho rimesso le cose a posto, provo il notebook: apro un documento a caso, in genere il primo che trovo sul desktop, navigo su internet, pochi minuti di test per verificare che sia tutto ok.
Così, rimasi completamente a bocca aperta quando aprii internet explorer per verificare di aver reimportato i preferiti salvati e mi trovai di fronte ad una sfilza di siti BDSM con link alla pagina utente.
il Nik era unico: sogno_verde.
Non andai oltre, non aprii neppure le pagine. Finii le verifiche, spensi il Computer e mi fermai a riflettere. Sicuramente, quel notebook nascondeva segreti interessanti.
Ma, cercarli, mi sembrava indegno e disgustoso. Ero venuto a sapere qualcosa che non avrei dovuto sapere, certo, per pura dabbenaggina da parte di Marcella, non certo per mia curiosità. Per buona misura formattai più volte il mio hard disk su cui avevo conservato temporaneamente i suoi dati: non volevo cadere in tentezione. Avvertii Marcella che avevo riparato il guasto e decisi di non riaccendere il computer. Il suo. Ma il mio era acceso e la mia curiosità ancora di più.
Avevo le mie precauzioni a tutela della mia privacy ma, pochi secondi dopo, stavo accedendo ai siti in questione e visualizzavo il profilo di ‘sogno_verde’ sulle varie pagine.
L’avatar era una fatina ignuda in 2 delle 3 comunità a cui Marcella si era iscritta. In un’altra era una sua foto in bikini col viso oscurato.
Come città aveva messo il capoluogo di regione, come ruolo: “schiava”.
Passai il resto della mattinata a spulciare i suoi profili, i suoi interventi ( scarni ed insignificanti ) ed i suoi limiti. Il tutto a grave danno della mia produttività.
Secondo quanto scriveva di se, Marcella era una ragazza sognatrice, (si, di fare la tronista ) dolce, sensibile ( come no ), completamente sottomessa nell’animo e desiderosa di incontrare un Master severo e dolce.
Desiderava provare il bondage e praticamente ogni pratica BDSM nota e codificata. Però!
Hai capito “sogno_verde”....
Marcella si presentò in ritardo, non si offrì neppure di pagarmi per il disturbo e mi scroccò anche il caffè nel bar sotto il mio studio.
Per un paio di giorni pensai al da farsi.
Ovviamente, non pensavo a nulla di ricattatorio o di pericoloso per la sua privacy ( anche perchè era bravissima a distruggersela da sola ). Ma stavo pensando all’opportunità di tentare di diventare il suo padrone. Per sport.
Evidentemente, se scrivo queste righe, devo esserci riuscito, quindi non vi affannate a cercare di estrarre il manuale del perfetto seduttore BDSM da quese pagine.
Tuttavia, dovevo comunque chiedere il permesso alla mia teorica Padrona, Camilla. Certo, con Camilla le cose si erano stabilizzate in una routine di saltuari incontri si e no bimestrali, ben lontani dalla fiamma originaria. Avevamo interrotto la relazione pubblica ed il legame tra noi era solo di corde e bacchettate.
Un legame assai lasco ma, tutto sommato, resistente.
Ma, per passare dall’altro lato della barricata ed impossessarmi di Marcella avevo bisogno non tanto del suo consenso formale, ma del suo aiuto, magari solo logistico.
Per farla breve: contattai Camilla e le spiegai la situazione. Ovviamente, durante una sessione che avevo richiesto appositamente: ricordo bene il suo nervoso accavallarsi di gambe mentre esponevo il tutto, nudo, con il culo ben segnato ed in bocca il sapore della sua fica.
Camilla non ne fu entusiasta. E non per gelosia, ma per la preoccupazione che mi cacciassi in un guaio mettendo a rischio la mia privacy. Ma alla fine non solo diede il suo consenso, ma si offrì di imprestarmi l’armamentario necessario.
Partii alla cattura di Marcella: conoscevo bene i suoi gusti e nella corsa partivo tutto sommato avvantaggiato. Per prima cosa creai dei profili ad-hoc, perfettamente compatibili col suo, nei siti che frequentava. Scrissi racconti zuccherosi e svenevoli, poesie banali e scelsi come avatar un guerriero fantsy muscoloso e possente. Particolare decisivo, come città inserii la nostra e non una fittizia.
Poi, la contattai via messaggio e passai un mese a lasciare tracce sul suo cammino.
Sedurla, alla fine, fu più facile che sopportarla nella quotidianità.
Iniziammo virtualmente, via mail, neppure via chat.
I miei ordini erano sempre brevi e semplici e tutti implicavano masturbazione.
Le prove fotografiche furono il passo successivo.
I primi scatti col cellulare erano promettenti: Marcella aveva tette piccole con grossi capezzoli ed una farfallina pelosa che, a rigore, avrebbe dovuto tener glabra.
Nel frattempo, le mails di Marcella contenevano giuramenti di fedeltà ( a cui credevo poco ), desiderio di provare piacere sotto la frusta ( a cui credevo di più ) e dichiarazioni di completa sottomissione.
Occorreva, però, decidere se e come passare al reale.
Del resto, non avevo fretta: ero davvero sicuro di volere che Marcella sapesse di certe mie inclinazioni? Quella era capace di tutto ed era meglio non fidarsi, sarebbe stato necessario prendere precauzioni.
E poi, il fattore cruciale: cosa me ne sarei fatto dopo la prima sessione?
Cioè, sarei stato in grado di gestire una schiava?
Fu dopo quasi 3 mesi di virtuale che, quasi di comune accordo, decidemmo di passare al reale. Ovviamente, fui io stesso a proporre un posto pubblico nel capoluogo di regione, ben lontano dalla nostra città. Speravo che non accettasse e che confessasse di vivere nella mia stessa città, anche perchè Marcella non guida sulle strade exxtraurbane. Invece, accettò. Siccome l’incontro era in un posto pubblico, le concessi di non vestirsi da troia (come da prassi letteraria, ) , ma, nonostante fosse ancora un freddo aprile, le ordinai di presentarsi in gonna sopra il ginocchio e senza calze. Il mio pizzico di sadismo non fu tanto nel vestiario, scelta desolatamente obbligata da parte di un master, ma nell’imporle, come segno di riconoscimento, di portare con se una copia di Lessico Famigliare. Sapevo per certo che, dopo le superiori, non aveva più letto un libro....

martedì 12 ottobre 2010

Il Processo - quarta ed ultima parte

Daniela non la prese bene. Mentre io sentivo sciogliersi la tensione tutto d’un botto, lei iniziò una tiritera assai poco da sottomessa con R.. Avevo, ormai, capito lo scopo del gioco: la mia sostituzione.
Allora, colsi l’attimo: mi prostrai di nuovo sul pavimento e dissi:” Padrone, chiedo il permesso di parlare.”
R., incerto, rispose:” Certo, dimmi pure”
“Padrone, la ringrazio per i tormenti di oggi. Ma è evidente che Lei ha altri progetti in questo momento, progetti su cui non mi permetto di sindacare, pertanto La supplico di consentirmi di dimostrare a Daniela che la mia sottomissione è incondizionata!”
“E come?” Intervenne Daniela, ancora una volta assai poco rispettosa di R.
“Padrone, se a Lei piacerà, La supplico di riaffidarmi di nuovo alla Sua nuova schiava perchè io possa soddisfarla in ogni senso, purchè sotto il Suo controllo e con le normali precauzioni.”
R., finalmente, parlò: “Davvero? Sei sicuro?”
“Padrone, non è il caso di girarci attorno: o Daniela si convince qui ed ora che per Lei è molto più importante di me, oppure non credo che le cose fileranno liscie...”
“Impertinente di uno schiavetto, sempre un po’ ribelle!! Daniela, mettiti il profilattico, tanto ce l’hai già duro, poi divertiti come ti pare”.
R. aveva sdrammatizzato, Daniela concretizzò:
ricominciò una dura sessione. Mi legò stretto, ricominciò a colpirmi ma io avevo raggiunto il mio scopo e l’abuso di me mi riguardava a stento.
Daniela, fisicamente assai più imponente di me, mi maneggiava come un burattino, imponendo al mio corpo posizioni dolorose ed utili a nuovo dolore.
Per fortuna, era troppo eccitata per resistere a lungo.
Dopo una fellatio pro forma, che mi impose in un bondage adeguato e solo per umiliarmi e dimostrarmi la sua appartenenza ad un’altra categoria umana, mi immobilizzò sulla schiena con un cuscino sotto il sedere e le gambe all’aria e mi sodomizzò obbligandomi a guardarla in faccia.
Ma io ero sereno: avevo soddisfatto il mio padrone, la mia sottomissione era ormai completa e certa, nulla poteva umiliarmi o ferirmi. Sapevo che R. avrebbe badato a me, anche se avesse scelto di non avermi più ai suoi ordini e preferito Daniela che, dovevo ammetterlo, aveva una presenza scenica superiore alla mia.
Ma in quella stanza, io ero sicuramente a mio agio, innocente e perfetto.

mercoledì 6 ottobre 2010

Il Processo - terza parte

Nessuna delle tre punizioni era per me accettabile. Prima di tutto, stavo ormai per laurearmi e non se ne parlava proprio neppure di perdere un intero week end, figuriamoci le punizioni più gravi. La faccenda stava andando fuori controllo, me ne rendevo conto. Ma la sottomissione era parte di me, avevo capito che ignorarlo non è una buona pratica di vita. Certo, neppure trovarsi tra le mani di uno sconosciuto lo è. Quindi, urgeva trovare una soluzione.
Il piano che mi venne in mente era sicuramente rischioso e si basava sulla correttezza più che formale di R. Inoltre, avrebbe comportato molto dolore.
Ma tant’è.
Preparai il piccolo appartamento accuratamente. Pulii a fondo la casa, disposi i mobili in maniera da creare un dungeon nella stanza più grande, lasciai una gustosa cena fredda nel cucinino e tutta l’attrezzatura sul tavolo di arte povera.
Mi sforzai di prepararmi al meglio e poco ci mancò che, oltre ad un approfondito ritocco della depilazione, mi facessi un clistere da solo.
R. e Daniela furono puntualissimi. Mi feci trovare già nudo, correndo qualche rischio aprendo la porta di casa che richiusi alle mie spalle prostrandomi al suolo. Nè R. nè Daniela, vestita come l’unica volta in cui l’avevo vista, avevano proferito parola.
Si inoltrarono nell’appartamento. Sentii R. sedersi in poltrona, il suo zaino posato a terra ed aprirsi ed un rovistare metallico. Daniela tornò a prendermi. Non fu delicata nel prepararmi. Con un atteggiamento rude, ruvido e mascolino mi legò le mani dietro la schiena, mi fece alzare in piedi palpandomi nel frattempo, aggiunse il collare e mi trascinò davanti ad R. Quindi, applicò il divaricatore alle caviglie lasciandomi con le cosce spalancate e mi torse i capezzoli prima di mettermi una gag-ball.
Finalmente, R. parlò:” Schiavo, la faccio breve. Adesso Daniela ti torturerà a suo piacere e tu dovrai semplicemente soffrire. Non ti chiedo altro. Poi dovrai rispondere del tuo crimine e se la tua risposta non sarà soddisfacente ti riaffiedeò a Daniela finchè mi supplicherai di confessare.
Daniela, è tutto tuo.”
Daniela aveva uno stile diverso da R.
Era decisamente brutale.
Mi prese i genitali e li strizzò, facendomi sobbalzare. Poi mi fece chinare in posizione corporale e fissò il collare al divaricatore con una corda. I suoi nodi erano semplici, ma dalla mia posizione non avevo modo di criticarne la banalità. Si posizionò poco dopo dietro di me, tenendomi per i polsi con la sinistra quasi in una specie di posizione di strappado ed iniziò a colpirmi le chiappe con una racchetta da ping pong. Colpi fortissimi che mi fecero subito gemere sotto il bavaglio da cui, ormai, la saliva colava sul pavimento. Non contai i colpi, sentivo solo lo stomaco contratto per il dolore e dovevo trattenere a stento le lacrime.
Finalmente pausa. Già, pausa.
Daniela ritornò a maneggiare senza complimenti i miei genitali. Aveva appeso una bottiglia da 2 litri piena d’acqua alle palle strappandomi un contenuto ma durativo muggito.
E fu la volta del cane sulle cosce. Un’altra sofferenza acuta, stomachevole.
Iniziai a sentire il sudore ricoprire la mia pelle.
Quando Daniela fu soddisfatta, mi tolse la bottiglia appesa alle palle slegando la corda dal collo di bottiglia e lasciando le mie palle ben serrate, slegò anche la corda dal divaricatore e mi fece rialzare in piedi.
Ero già esausto dopo neppure dieci minuti di sessione.
Mi tolse il bavaglio ed R. disse:” Confessi?”
“ No, Padrone, sono innocente” All’istante, Daniela tirò la cordicella che mi legava i genitali strappandomi un gemito e mi rimise il bavaglio. Mi fece di nuovo prostrare a terra, e legò in un blando hog-tied le mie mani alla sbarra del divaricatore.
Fu il turno dei piedi. Le frustate sui piedi sono terribili e Daniela non si risparmiò.
Fu il momento più difficile dell’inquisizione.
Ma resistetti.
Poi venne la volta dei morsetti, la cera, la tavoletta da bucato e persino il ghiaccio.
Nessuno, in quella stanza, aveva pietà delle mie sofferenze. Neppure io.
Per altre tre volte mi fu tolto e rimesso il bavaglio, finchè R. mi chiese il perchè avessi rifiutato di soddisfare oralmente Daniela.
Ero nudo, slegato e completamente dolorante. Mi inginocchiai.
O la va o la spacca, pensai:
“Non aveva il preservativo” dissi con un filo di voce.
R. ascoltò restando di sasso. Disse: “Davvero?” Ed io, occhi bassi, ripetei: “Si Padrone, non aveva il preservativo”. Dopo venti secondi, R. disse: “ Schiavo, sei assolto”.

sabato 2 ottobre 2010

Il Processo - seconda parte

Le intenzioni di R. divennero chiare quando iniziò a sbottonare la patta. Io non ero affatto eccitato e l’idea di prenderlo in bocca senza l’adrenalina della sessione mi inibiva parecchio. R. si spogliò dalla cintola in giù, sfilò la cintura dai pantaloni che posò su una sedia e si avvicinò. Il suo pene si erigeva ad ogni passo. Mi diede una violenta cinghiata sulla spalla sinistra e poi su quella destra. Mi abbassai, istintivamente, ma non certo con l’idea di sottrarmi alla cinghia che, infatti, continuò a colpirmi. La legatura mi sbilanciava ed i miei contorcimenti mi fecero ben presto cadere sul fianco. Ora, rialzarsi quando le mani sono legate dietro la schiena ed alle caviglie è praticamente impossibile senza aiuti. Che non vennero, non subito.
R. si dilettò a cinghiarmi e ad ogni cinghiata mi sembrava che il suo pene si erigesse sempre più.Si fermò e disse: “Daniela, rialza il mio buchino personale per favore”.
Buchino.
Mi aveva chiamato così.
L’uomo si avvicinò e mi sollevò senza sforzo apparente, rimettendomi in ginocchio. Io mi sforzai di assumere la posizione in maniera perfetta, tenendo la testa in alto e le braccia tese come ad aumentare le mie sofferenze causate dalla posizione. Ero solo un buchino, ripetevo tra me.
R. disse a Daniela: “Preparati” e Daniela svanì dal mio campo visivo, che fu occupato da R. che si infilava il preservativo e mi entrò in bocca attraverso il ring gag.
In pochi secondi era diventato di marmo, ma il mio volenteroso pompino durò poco. Forse, sentendo che stava per venire, R si sfilò e si voltò, dirigendosi verso Daniela che era nella classica posizione a novanta sul tavolo. R. la salutò con una cinghiata sulla coscia nuda:” Spalancale le gambe, se no lì in mezzo non ci entro.” Daniela obbedì prontamente. R. le scostò la gonna. Dalla mia visuale, sembrava davvero una donna. R. usò la cinghia per legarle le mani dietro la schiena e doveva aver fatto anche qualcosa al collo di Daniela ma non vedevo bene. Quindi, con calma e dovrei dire con ritmo, la inculò con evidente e sommo reciproco godimento.
R. liberò Daniela dalla cintura. Daniela si sollevò, si ricompose e si avvicinarono assieme.
R. si mise dietro di me e mi sollevò ancor di più la testa tenendomi per il collare. Intuii cosa stava per accadere
E qui accadde il fattaccio.
Daniela si avvicinò, scostò la gonna e tirò fuori un pene sorprendentemente grande ed eretto, senza preservativo e gocciolante umori.
All’istante, mi venne la nausea. Una nausea quasi da vomito. Ed iniziai a divincolarmi.
All’inizio, R. pensava che volessi fare semplicemente il prezioso ed iniziò a strattonarmi per mettermi a posto.
Ma io non smettevo di divincolarmi e, in pochi secondi, R. si convinse che c’era qualcosa che non andava.
Disse:” Ok, fermati, sospendiamo!” Ignorando Daniela che invece continuava a dire cose tipo:” Ehi buchino, che fai? Stai fermo se no...”
R. mi tolse il ring gag, presi fiato e dissi:” NO! Questo No!”
R., dopo pochi secondi di silenzio, disse solo: “ Sicuro?”
“Si”
“Te ne pentirai. Ora ti slego e poi ti rivesti e te ne vai”.
E così fù. Non protestai, non mi giustificai, da buon schiavo ubbidii e basta
Nel giro di un pomeriggio, in cui avevo potuto scambiare con R. poche parole, ero stato più volte usato ed ero stato appena scacciato.
Con la testa più in fiamme del sedere, con in bocca un sapore acre di rabbia ed umiliazione che sovrastava la nausea appena provata, me ne tornai a casa a piedi.
Ci misi un bel po’.
Mi feci una doccia ed accesi il computer.
Trovai una mail di R., scritta probabilmente direttamente da casa di Daniela.

Mio caro schiavetto, quasi ex-schiavetto, ormai.
Volevo farti un regalo, aumentare la tua sottomissione, farti partecipe di una nuova realtà. E tu mi tradisci così? Osi umiliare il tuo Padrone di fronte alla sua schiava? Hai osato rifiutare un mio ordine e rifiutare la mia schiava che ti è superiore per mia volontà. Hai osato allontanarti, evadere dalla tua schiavitù.
Potrei continuare ma non voglio perdere altro tempo con te.
Se proprio ci tieni a continuare a mettere a disposizione di me e di Daniela, ricordati: di me e di Daniela i tuoi buchini e la tua capacità di privare dolore, ti darò un’altra possibilità.
Per prima cosa sarai processato e punito per il tuo crimine. Daniela sarà la tua inquisitrice e le sofferenze che ti infliggerà dipenderanno da quanto sarai abile a difenderti o rapido a confessare.
Poi, espierai la punizione.
Se non accetterai di essere punito dovrai trovarti un altro che ti inculi, io non ne voglio sapere di schiavi finti che non sanno stare al loro posto.
In ogni caso, dato che devi decidere, le punizioni che ho pensato per te sono, nell’ordine di gravità:

Il Noleggio ad altro master che sceglierò io stesso: dopodichè non ci rivedremo per un pezzo ma hai la speranza che voglia riprenderti con mei più in la.

il tuo uso secondo il solito da parte di Daniela per almeno un mese

un week end, da venerdì pomeriggio a domenica sera di sottomissione continua a casa di Daniela.

Espiata la pena, torneremo ai ritmi di sempre, ovviamente con la piccola variante che sarai schiavo anche di Daniela, la mia diletta serva...
Entro domani voglio una risposta: che sia un commiato o la semplice disponibilità ad essere inquisito, processato e punito”.

Decisi di non pensarci. Mi vidi un film, lessi, mi masturbai prima di addormentarmi e non mi meravigliai scoprendo di pensare anche alla coscia nuda di Daniela.
L’indomani accettai le condizioni, invitando R. e Daniela a casa mia per subire il Processo.

giovedì 16 settembre 2010

Il Processo - prima parte

Rifiutare di eseguire un ordine non è mai bello.
Quando ci si sottomette, si decide per l’obbedienza da cui si trae piacere. Disobbedire significa uscire dal gioco. Interrompere la sottomissione.
Non vi sono altre possibilità.
La storia si fa triste ed un po’ lunga, quindi pazientate.
R. disponeva di me completamente.
Quelle sevizie che, all’inizio, sarebbero state la giusta punizione per una mancanza, ora mi erano inflitte all’inizio di ogni sessione come normale parte della mia sottomissione. Mollette, cera, posizioni dolorose e soprattutto almeno una ventina di scudisciate erano il normale companatico di ogni sua visita. Del resto, ormai, ero diventato così attento ed arrendevole che sarebbe stato arduo trovare un motivo di punirmi. Un pomeriggio, dopo avermi usato, mi disse di rivestirmi e preparami: saremmo andati subito da una ‘sua amica’. Non mi aveva dato alcun preavviso durante la sessione, in cui si era limitato a sostituire il mio uso sessuale ad un altro pugno di minuti di sevizie. Coi segni su ginocchia culo e gambe ancora freschi, non fiatai ed in pochi minuti eravamo per strada.
R. si premuni di ricordarmi:” Vedi che la sessione continua, stai zitto e non disturbarmi mentre guido”.
Per la prima volta, mi trovai in sessione fuori dal mio appartamento.
Ma, appunto, l’effetto ‘sottomissione’ non si era interrotto ed ero disposto praticamente a tutto...
Salimmo al primo piano di un condominio di media periferia e venne subito ad aprirci una donna alta e formosa vestita in maniera provocante. Al suo “Ciao” capii che si trattava, in realtà, di un uomo.
R. non fece le presentazioni. Entrò, io lo seguii ma, appena chiusa la porta mi ordinò di spogliarmi. Io non esitai, non a quel punto. L’uomo si presentò da se mentre mi calavo per la seconda volta in poche ore i calzoni. “Ciao, R. mi ha parlato molto di te, io sono Daniela” Al che solo R. mi salvò da rispondere con un “Piacere io sono ...” che sarebbe stato completamente fuori luogo:” Zitta Troia! Tu non hai nome e il mio schiavo neppure!” Scese il silenzio. R. mi legò le mani dietro la schiena e mi imbavagliò col ring gag. La corda, di nuovo tesa sulla pelle da poco stressata dal bondage, fu insolitamente fastidiosa.
Ero nudo, legato, alla mercè di R. e di uno sconosciuto.
R. mi mise anche il collare e mi accompagnò nel piccolo soggiorno tenendomi proprio per il collare senza ricorrere al guinzaglio.
Daniela, che seguiva, commentò:” Che bel culetto! E che bei segni!” “ Troietta” rispose R.” vedi che non sono venuto qui per ascoltarti, stai zitta o ti imbavaglio subito”.
R. mi fece inginocchiare e legò, per buona misura, polsi e caviglie.
Ero muto da quando gli avevo detto:” Buongiorno Padrone” meno di 2 ore prima.
R. mi fissò, come se volesse accertarsi che fossi davvero lì, ancora ai suoi comodi. Non potevo certo rilassarmi, ma un’occhiata a Daniela la diedi. Era, o meglio, più esattamente, sembrava, un femminone dai capelli rossi, in abito lungo con vistoso spacco su coscia ben depilata e senza calze. R. le si avvicinò e l’afferrò per un polso portandola al tavolo. Daniela non si ribellò e seguì docile R., ma disse:” Prima lui!” Prima lui cosa? Pensai io, improvvisamente col cuore in gola. R. disse: “ Già, è vero, prima lui”. Lasciò Daniela che si appoggiò col sedere al tavolo, ci mise mise le mani sopra ed allargò le gambe in modo da far uscire completamente la coscia dal vestito. R. veniva verso di me...


continua